LE ANTICHE VENE DI ROMA. I SEGRETI DEL PARCO “DEGLI ACQUEDOTTI”

Prima che i parchi della periferia sud-est di Roma venissero riconosciuti o associati – come in questi giorni – ad indiretti episodi di cronaca criminale, essi venivano ricordati principalmente per lo splendido e suggestivo valore paesaggistico che essi potevano offrire. Tra i luoghi in questione, infatti, spicca il “Parco degli Acquedotti”: un’ampia area verde caratterizzata, esplosioni a parte, da numerosi resti archeologici – in elevato o sotterranei – di sette tra i vecchi acquedotti romani e papali che rifornivano la Roma del passato.
Tra i resti degli imponenti ed evocativi sistemi acquiferi presenti nel parco, possiamo annoverare ben sei degli undici acquedotti che resero celebri le menti ingegneristiche della Roma antica (l’acquedotto Anio Vetus, Marcia, Tepula, Iulia, Claudio e Anio Novus) e uno, l’acquedotto Felix, costruito in epoca rinascimentale per volere di papa Sisto V e tutt’ora ancora impiegato.
Ma qual è la storia che si cela dietro questi magnifici monumenti? Costruito subito dopo il primo acquedotto romano in assoluto (ovvero l’Aqua Appia), l’Anio Vetus è il condotto più antico visibile nel Parco con una struttura realizzata nel III secolo a. C. grazie ai bottini di guerra ottenuti nelle guerre durante l’espansione romana nel sud Italia. Riconosciuto come uno dei primi grandi esempi dell’ingegneria idraulica romana, l’acquedotto prendeva l’acqua direttamente dal fiume Aniene (nei dintorni dell’area tiburtina) e si sviluppava lungo un percorso di ben 43 miglia romane (circa 63,5 km) quasi interamente sottoterra ed in pendenza costante. Insieme al Vetus, con l’obiettivo di rispondere alla sempre maggiore domanda idrica, gli imperatori Caligola e Claudio costruirono nel I secolo d. C. anche l’Anio Novus, che riforniva (anche qui) la Capitale di acqua captata dall’Aniene (presso Subiaco). Tuttavia, in questo caso, l’acqua veniva trasportata non solo attraverso un sistema che sarebbe poi divenuto il percorso più imponente in assoluto (lungo in assoluto quasi 87 km e caratterizzato da arcate alte fino a 28 metri), ma era caratterizzato anche un innovativo complesso di vasche e laghi artificiali, utilizzati per pulire e far decantare l’acqua del fiume, spesso torbida.
Visibile è anche l’Aqua Marcia: costruito nel II secolo a.C. dal magistrato Quinto Marcio Re e caratterizzato dall’eccezionale qualità delle sue acque. Esse, infatti, venivano prelevate da sorgenti montane pure e freschissime dell’alta valle dell’Aniene ed erano considerate le migliori di Roma, tanto da essere utilizzate anche per il consumo diretto e per essere mescolate col vino. Accanto ad essa, sono visibili i condotti di acque più tiepide e meno pregiate come l’Aqua Tepula, realizzata nel 125 a.C. Usate principalmente per scopo integrativo, queste acque vennero qualitativamente migliorate nel 33 a.C. attraverso la costruzione dell’Aqua Iulia grazie a Marco Vipsanio Agrippa.
Questo condotto, infatti, captando acque da sorgenti vicine alla prima, (entrambe allocate nei pressi dei Colli Albani, lungo la via Latina) si integrava perfettamente alle due precedenti in un sistema idrico perfettamente coordinato. L’ultimo acquedotto di età antica visibile nel Parco è l’Aqua Claudia.
Completato nel 52 d.C., esso rappresentava una delle opere più imponenti e monumentali dell’intera rete idrica romana. Infatti, grazie alla sua quota elevata e alla notevole portata, esso era in grado di rifornire efficacemente le parti più alte della città, arrivando alle vette dei colli Esquilino, Viminale e Quirinale.

A completare il quadro degli acquedotti visibili nel Parco, si aggiunge infine l’Aqua Felix. Costruito tra il 1585 e il 1587 per volontà di papa Sisto V con l’obiettivo di riportare acqua a Roma dopo secoli di carenza, l’acquedotto captava l’acqua nella zona di Pantano de’ Grifi (lungo la via Casilina) e si sviluppava per una lunghezza di circa 24 km, alimentando le principali fontane del Viminale e del Quirinale, tra cui quelle dell’ex Villa Montalto (villa papale successivamente demolita per la costruzione della stazione Termini), fino a culminare nella celebre Fontana del Mosè.
STEFANO VECCHIARELLI



