Cultura

IL TEATRO APOLLO DI ROMA. LA STORIA DI UN TEATRO MALEDETTO

Che il teatro abbia dato vita a una serie di personaggi considerati come “maledetti” è cosa nota. Si pensi all’Amleto o al Macbeth di William Shakespeare: il primo, tormentato dal fantasma del padre che grida vendetta, il secondo divorato dal senso di colpa causato della sua ambizione spietata.

Oppure al Faust di Goethe che, inquieto e assetato di conoscenza, arriva a dannarsi l’anima stringendo un patto col diavolo perché “l’occhio non si sazia mai di guardare, né l’orecchio è mai sazio di udire” (Qoelet 1, 8).

Ma, oltre ai personaggi, ci si è mai fermati a pensare che, forse, è il teatro stesso ad essere considerato “maledetto”? Be’, che il teatro in generale lo sia, forse no; ma che, a Roma, uno lo sia, probabilmente sì.


Di quello che è stato uno dei teatri più intriganti di tutta Roma, oggi (celata tra le fronde degli alberi e le macchine in doppia fila) ne rimane solamente una piccola stele commemorativa allocata sul lungotevere Tor di Nona.

Stiamo parlando del celebre Teatro Apollo: una sala che ha riprodotto e messo in scena alcune delle opere, performance e spettacoli più eclatanti ed acclamati della Roma del 1800.

Sorto grazie alle attività dell’impresario teatrale Giacomo d’Alibert, conte e segretario d’ambasciata dell’eccentrica Cristina di Svezia – la quale lo aveva enormemente pregato di intercedere per lei, a riguardo presso il papa del tempo –, riuscì nel 1670 ad ottenere da Clemente IX la concessione di un immobile di proprietà della famiglia Orsini, in precedenza adibito a carcere.

E che carcere, visto che in esso furono rinchiusi personaggi “maledetti” quali: Benvenuto Cellini, Beatrice Cenci e Giordano Bruno.

Infatti, dopo che venne ultimata la costruzione delle Carceri Nove in via Giulia, questo edificio venne spogliato di tutti i suoi detenuti e successivamente affidato ad una confraternita di frati che prima tentò inutilmente di farne una locanda, e poi, grazie all’approvazione da parte di papa Clemente IX, lo si trasformò in un “primo” teatro.

L’edificio, (per il quale veniva pagato un canone d’affitto alla confraternita) venne su iniziativa di d’Alibert fatto ristrutturare – niente meno che da Carlo Fontana – e nel 1670, il nuovo “teatro Tor di Nona”, aprì i battenti con l’opera inaugurale di Francesco Cavalli Scipione l’Africano.

Il primo teatro, tuttavia, dato l’inizio particolarmente tumultuoso a causa dei continui salti di direzione artistica, ricevette molte critiche e venne ufficialmente chiuso e demolito nel 1697 da papa Innocenzo XII: uomo che considerava tutta l’arte teatrale come un luogo di perdizione e fertile terreno per sentimenti anticlericali.


Ma se uno lo demolì, un altro lo fece ricostruire. Il “secondo” teatro, infatti, risorse quasi trent’anni dopo, grazie all’intervento di papa Clemente XII, che permise la ricostruzione totale dello stabile ad intere spese dello Stato Pontificio nel 1733.

Purtroppo però, come segnato da una vera “maledizione”, un incendio lo distrusse completamente nel 1781.


Ma dalle ceneri di quest’ultimo, come una fenice, un terzo teatro (inaspettatamente crollato durante la fase di progettazione…) sorse quattordici anni dopo prendendo il nome di “Teatro Apollo”; e durante il periodo di massima fioritura teatrale romana, la potente famiglia Valadier lo acquistò nel 1829, lo affidò alla ristrutturazione del celebre architetto Valadier, e lo trasformarono in un meraviglioso gioiello.

Qui, si espressero alcuni degli artisti e delle opere più in voga dell’epoca: Niccolò Paganini; Vincenzo Bellini; e Giuseppe Verdi, il quale diresse qui la prima de Il Trovatore nel 1853.

Purtroppo, come se l’antica “maledizione” non volesse cessare di infierire, il Teatro venne definitivamente demolito agli inizi del Novecento per permettere la nascita dei “muraglioni” del Tevere, edificati per cercare di arginare definitivamente il cronico problema delle esondazioni.


Oggi, oltre alla stele, di questo gioiello non è rimasto nulla, se non un altro piccolo teatro ricostruito nelle immediate vicinanze e che, oltre a riprenderne il nome, ha visto la frequentazione del grande Luigi Pirandello. Un autore che anche lui, in quanto a maledizioni, ne sapeva sicuramente qualcosa…


STEFANO VECCHIARELLI

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