Il “Lapis Niger” e il Natale di Roma

Una data fondamentale nella storia dell’Occidente è sicuramente il 21 aprile del 753 a.C. Una data che, impressa nel cuore di ogni romano, sancisce la nascita della Città Eterna e che viene ricordata come “il Natale di Roma”.
Della storia della fondazione, cioè del ritrovamento della cesta con dentro Romolo e Remo trascinati nel Tevere, arenati nel Velabro, allattati dalla lupa e del successivo fratricidio, è cosa universalmente nota. Ciò che invece non tutti sanno è che nel Foro Romano, e più precisamente nei pressi del Comizio (lo spazio in cui in età arcaica si riuniva l’assemblea del popolo romano), si trova una specifica area in cui la storia e il mito si fondono. Un’area dove l’archeologia e la memoria hanno deciso di incontrarsi in un luogo unico: il Lapis Niger.
Il suo nome (che in latino significa “pietra nera”) deriva dalla piccola area pavimentata in marmo nero e circondata da una recinzione in marmo bianco, quasi quadrata, situata tra il Foro e il Comizio e oggi protetta da una tettoia. Sepolta, recintata e “ammantata” di nero nella tarda età repubblicana, questa superficie venne indagata e riscoperta il 10 gennaio 1899 dall’archeologo Giacomo Boni. Il ritrovamento venne presto associato a una serie di passi di autori quali Sesto Pompeo Festo, Marco Verrio Flacco e Dionigi di Alicarnasso, che, nei loro testi, narravano della presenza di un luogo funesto o di un possibile sepolcro che, secondo le fonti, sarebbero stati legati al primo re di Roma.
Durante gli scavi, a circa 1,5 metri sotto il piano del Lapis Niger, Boni rinvenne un’area sacra risalente all’epoca arcaica composta da diversi elementi: un altare, una piattaforma, alcuni basamenti, ma soprattutto un cippo in pietra con un’iscrizione misteriosa, destinato a diventare un reperto imprescindibile per la storia di Roma.
Il misterioso cippo, infatti, riportava una delle più antiche iscrizioni in lingua latina mai ritrovate, con un testo composto da caratteri arcaici di derivazione greco-etrusca e con andamento bustrofedico (un andamento che alternava prima una riga che partiva da sinistra verso destra, e poi, nella successiva, proseguiva nel verso opposto da destra verso sinistra – come il movimento dei buoi durante l’aratura). L’iscrizione è frammentata e difficile da leggere. Tuttavia, sembra indicare una prescrizione religiosa o una maledizione per chiunque decidesse di violare o profanare quel luogo sacro.
Inoltre, nell’incisione, un termine leggibile è quello della parola “re” (nello specifico, “RECEI”, un dativo arcaico). Perciò, considerando l’antichità del luogo e le narrazioni delle fonti antiche (come quelle di Festo o Varrone) che parlano di un possibile sepolcro situato in quell’area, tra le diverse ipotesi addotte sul significato del luogo, si è congetturato che (forse) il Lapis Niger abbia potuto coincidere proprio con la tomba di Romolo, il fondatore di Roma.
Ovviamente, la parola “re” non permette identificazioni certe, e inoltre gli studi moderni tendono anche a escludere che si tratti di una vera tomba. Infatti, il complesso richiama più l’idea di un santuario arcaico legato a culti antichissimi, e l’attribuzione temporale esatta dell’altare e dei basamenti adiacenti oscilla tra la fine dell’età regia e l’inizio di quella repubblicana (VI secolo a.C.). Tuttavia, l’idea che la tomba del fondatore della Città si trovi esattamente al centro del Foro risulta estremamente suggestiva.
Infatti, della morte del primo re, la tradizione vuole che Romolo sia asceso al cielo (venendo accolto con il nome di Quirino) dopo essere improvvisamente sparito durante lo scatenarsi di una tempesta nella zona della Palude della Capra in Campo Marzio mentre il popolo era in assemblea. E di lui nessuno lo rivide mai più. Sparito, nel nulla. Altre fonti, al contrario, ribadiscono come i senatori, stanchi dei suoi atteggiamenti tirannici, lo avrebbero circondato, fatto a pezzi e sepolto in tante piccole parti, ciascuna sepolta nel giardino di casa dei suoi assassini. Una versione quanto meno più realistica rispetto ad una sparizione stile Baggins durante la propria festa di compleanno.
Tuttavia, una cosa è certa: che sia sparito nel nulla, diventato un dio, oppure fatto letteralmente a brandelli, il Lapis Niger, oggi ancora lì nel Foro, ci ricorda di un uomo il cui atto fondativo (mitico o meno), viene ancora ricordato da 2779 anni.
STEFANO VECCHIARELLI



