Fatti di Roma

FILIPPO NERI. IL SANTO DELLA GIOIA

Dietro il nome di San Filippo Neri, celebrato il 26 maggio e ricordato come il “santo della gioia”, non si nascondono soltanto il fondatore dell’Oratorio e il sacerdote che rilanciò la tradizione del Cammino delle Sette Chiese come alternativa religiosa allo sfrenato carnevale romano.

Che venga ricordato per tutto questo, così come per essersi stabilito nel 1575 a Santa Maria in Vallicella – la nota Chiesa Nuova, sede definitiva dell’Oratorio e luogo che ancora oggi custodisce le sue spoglie – è cosa nota. Molto meno noti, invece, sono gli altri luoghi frequentati da quello che sarebbe poi stato ricordato come il “terzo apostolo” della Capitale.

Nato nel 1515 nella Firenze repubblicana, Filippo giunse a Roma nel 1534 quando, dopo due anni passati a Cassino presso uno zio che gli assicurò la successione della sua attività commerciale, si licenziò e rinunciò alla sicurezza economica per “darsi tutto e in ogni modo a Dio”.

Approdato a Roma, venne ospitato da un gentiluomo fiorentino nella sua casa presso Sant’Eustachio; qui, dove viveva come precettore di due dei figlioli del nobile, studiava filosofia alla Sapienza e teologia presso gli agostiniani.

Tuttavia, dopo aver passato una profonda crisi intima, più che dallo studio, Filippo si sentiva più attratto dall’azione di aiutare il prossimo. La Roma dell’epoca, infatti, caratterizzata da desolazione, miserie morali e materiali e, soprattutto, da poveri, lo aveva totalmente conquistato.

Perciò, vendendo i suoi preziosi libri e dando il non esiguo ricavato ai bisognosi, Filippo decise di vivere inizialmente come un eremita urbano, iniziando a frequentare luoghi come Campo de’ Fiori e i vicoli di Trastevere, rivolgendosi ai ragazzi e ai disperati attraverso giochi e barzellette.

Inoltre, sin dal suo arrivo a Roma, Filippo prestò servizio agli ammalati presso l’Ospedale di San Giacomo in Augusta, detto degli Incurabili e adiacente all’omonima chiesa in via del Corso. Un luogo molto frequentato perché qui, oltre ai malati, giravano altri discreti figuri: tra questi, Camillo de Lellis, suo futuro e caro amico.

Tuttavia, per conoscere uno dei momenti più alti della sua storia, occorre scendere nel sottosuolo romano. Secondo la tradizione, nella Pentecoste del 1544, mentre si trovava in preghiera presso le catacombe di San Sebastiano, Filippo fu protagonista di un fenomeno straordinario: un’effusione dello Spirito Santo lo invase e gli causò una vasta dilatazione del cuore e delle costole (evento scientificamente attestato anche dall’esame autoptico eseguito dai medici dell’epoca).

Un evento che lo portò a prodigarsi ulteriormente nelle zone più popolari di Roma, conquistando i giovani con il buon umore e spendendosi con ardore negli ospedali di San Giovanni e di Santo Spirito.

Ma la vita di Filippo fu fortemente influenzata anche dal suo confessore, Persiano Rosa, che, al pari del più fedele e tolkieniano Sam Gamgee, lo aiutò a prendere alcune decisioni fondamentali restando fedelmente al suo fianco.

Nel 1548, rendendosi conto di quanto fosse necessario realizzare luoghi di accoglienza e ospitalità, Filippo fondò la Confraternita della Santissima Trinità dei Pellegrini (nell’omonima piazza) in occasione del successivo giubileo; e nel 1551, proprio su insistenza di Persiano, Filippo venne ordinato sacerdote a San Tommaso in Parione, stabilendosi successivamente in una chiesa la cui soffitta venne adibita a primo Oratorio della storia: San Girolamo della Carità.

Ma soprattutto, a rendere la vita di Filippo straordinaria, furono i miracoli a lui attribuiti. E tra questi, il più suggestivo è sempre stato nascosto sotto gli occhi di tutti. Il noto Palazzo Massimo alle Colonne in Corso Vittorio Emanuele II, appartenente alla famiglia Massimo (casata romana che si diceva discendente addirittura dal mitologico Ercole), custodisce ancora oggi, al secondo piano, una cappella che ogni anno commemora un evento avvenuto il 16 marzo del 1583.

Quella stanza, originariamente destinata ad essere un appartamento privato, era la camera da letto del giovane Paolo, figlio del principe Fabrizio Massimo e amico di Filippo. Il giovane si ammalò di un una gravissima febbre e nessun medico chiamato al capezzale riuscì a trovare rimedio.

Il padre, disperato, mandò a chiamare il suo amico sacerdote affinché visitasse il figlio e pregasse per lui.

Ma Filippo, che al momento della richiesta si trovava fuori Roma, arrivò troppo tardi: al suo arrivo, il ragazzo era già morto.

Profondamente commosso dall’evento, Filippo si gettò ai piedi del letto e, pregando intensamente, chiamò a gran voce il ragazzo. Paolo, come raccontano le cronache dell’epoca, si svegliò come da un sonno profondo e, riconoscendo Filippo, chiese al presbitero di potersi confessare per poter tornare pacificamente dalla madre e dalla sorella, morte da tempo, ma da lui riconosciute e ritrovate in Paradiso.

E così, dopo averlo confessato e benedetto, Filippo lo lasciò morire in pace chiedendogli, per commiato, un’ultima richiesta: «prega Dio per me».

Molte altre storie si possono raccontare riguardo il “santo della gioia”; però, forse, dopo quest’ultima storia, risulta più facile capire perché, poco prima di morire nel 1595, Filippo rifiutò la carica cardinalizia proposta da papa Clemente VIII pronunciando la sua storica frase: «preferisco il Paradiso».

STEFANO VECCHIARELLI

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