P COME PENTECOSTE, P COME PANTHEON

Sebbene venga popolarmente considerata come una festa di minore importanza rispetto al Natale e alla Pasqua, la Pentecoste è, insieme alla morte e alla risurrezione di Gesù, il cuore del messaggio cristiano.
Essa, infatti, chiamata così in conseguenza del cinquantesimo giorno dopo la risurrezione del Signore (il nome greco pentêkostê significa, appunto, “cinquantesimo”), ricorda la discesa dello Spirito Santo su Maria e sugli Apostoli, commemorando la nascita della Chiesa.
Le origini della Pentecoste si collegano alla festa ebraica di Shavuot, che, cadendo anch’essa cinquanta giorni dopo la Pesach (la Pasqua ebraica), ricorda il momento in cui Dio donò la Legge a Mosè sul monte Sinai. Parallelamente, se per i giudei la festa ricorda l’inizio dell’alleanza tra il popolo ebraico e Dio, per la Chiesa l’evento rappresenta il dono dello Spirito Santo e la possibilità da parte dell’uomo di ricevere e vivere già adesso la vita eterna (ovvero, la vita divina).
L’episodio biblico è riportato negli Atti degli Apostoli (2, 1-4), quando la casa di questi ultimi venne riempita da “lingue come di fuoco” posandosi su ciascuno di loro.
E dato che lo Spirito Santo apparve loro in simili forme, a Roma, ad ogni Pentecoste, una cerimonia basata su una tradizione antichissima commemora questo evento.
Attraverso una suggestiva rappresentazione, sospesa per molti anni ma ripristinata solo nel 1995, una cascata di petali rossi, evocanti l’evento divino, viene fatta cadere e digradare dolcemente verso i fedeli dentro le vestigia del Pantheon attraverso l’Oculus centrale.
La tradizionale ricorrenza, sistematicamente riprodotta subito dopo la messa (a mezzogiorno in punto), è gestita dai vigili del fuoco, i quali, dopo aver raggiunto la cupola del monumento, fanno piovere migliaia di petali raccolti in dodici sacchi pieni di rose rosse sui fedeli rievocando sia l’effusione dello Spirito Santo sia il simbolico versamento del sangue di Gesù Cristo.
Ma perché è stato scelto proprio il Pantheon come il teatro di questa rappresentazione? L’edificio non solo è riconosciuto come uno dei monumenti più straordinari dell’antichità romana, ma è probabilmente anche il monumento dell’intero mondo classico oggi meglio conservato; un eccezionale stato di conservazione dovuto alla sua conversione in chiesa cristiana voluta da papa Bonifacio IV.
Nel 609 d.C., infatti, l’imperatore bizantino Foca donò il tempio al pontefice e, per volontà papale, il fabbricato venne consacrato con il nome di Santa Maria ad Martyres, divenendo ufficialmente il primo grande tempio pagano di Roma trasformato in una chiesa. Il cambio di funzione, quindi, lo salvò dalle distruzioni e dalle spoliazioni che colpirono gli altri antichi edifici romani.
Situato nel cuore del rione Pigna, il monumento rappresenta il punto d’incontro perfetto tra ingegneria romana, simbolismo religioso e armonia architettonica.
La sua funzione originaria era quella di essere un tempio dedicato a tutte le divinità, passate, presenti e future: il nome “Pantheon”, infatti, deriva dal greco antico Πάνθειον (ovvero, tempio dedicato a “tutti gli dèi”).Realizzato tra il 27 e il 25 a.C. dal generale Marco Vipsanio Agrippa, il primo Pantheon venne danneggiato e distrutto da incendi e intemperie che lo colpirono tra l’80 e il 110 d.C. Difatti, l’edificio tutt’oggi presente è il risultato della grandiosa e rivoluzionaria ricostruzione realizzata nel II secolo d.C. sotto l’imperatore Adriano.
L’elemento più straordinario della realizzazione fu lo spazio interno circolare coperto da una gigantesca cupola che simula una sfera perfetta: infatti, altezza e diametro della rotonda interna sono praticamente identici (h=d≈43.44″ ” m). Una sfera perfetta in cui i Romani, volendo rappresentare simbolicamente il cosmo e la divinità, realizzarono un’opera che ricreava l’unione tra il cielo e la terra.
Il soffitto della cupola, infatti, rappresentava la volta celeste e funzionava come una vera e propria meridiana sferica, suddivisa in cinque file di 28 cassettoni che confluiscono nell’Oculus centrale circondato da un profilo in bronzo. Il disco luminoso proiettato dall’apertura — dalla quale oggi cadono i petali di rosa durante la Pentecoste — si diffondeva gradualmente in base alla diversa inclinazione del Sole durante le stagioni, oscillando sopra e sotto l’imposta della cupola, rappresentazione simbolica dell’equatore, e creando così un ideale collegamento tra cielo e Terra.
Perciò, che sia per la funzione antica dell’edificio di avvicinare la divinità all’uomo, o che sia per il ricordo divino della cascata dei petali di rosa, la commemorazione della Pentecoste in questo sacro e monumentale edificio ha una funzione ben precisa: ricordare a tutti che la vita dell’uomo è capace di Dio.
STEFANO VECCHIARELLI



