Cultura

LA PASQUA CONTESA. COME ROMA IMPOSE UNA DATA AL MONDO

Qual è la festa cristiana più importante in assoluto? Senza sforzarsi troppo, le risposte più immediate e condivise sarebbero due: il Natale e la Pasqua.

La prima, legata alla nascita di Gesù Cristo, la seconda, collegata alla sua morte e resurrezione.Se il Natale è la solennità che la Chiesa ha scelto di celebrare il 25 dicembre (indipendentemente dalla storicità e della reale data di nascita di Gesù – sia perché si è voluto cristianizzare la festa pagana del Sole Invitto, legata al solstizio d’inverno, sia perché, secondo alcuni calcoli biblici, il 25 dicembre cadrebbe nove mesi dopo il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione), la celebrazione della Pasqua è, per sua natura, una data mobile.

Celebrata dal popolo ebraico come la festa che ricorda la sua liberazione dall’Egitto, essa è così descritta nel libro dell’Esodo: «Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi […]. È la Pasqua del Signore! […] Questo giorno sarà per voi un memoriale […]. Nel primo mese, il giorno quattordici del mese, alla sera, voi mangerete azzimi fino al ventuno del mese» (Es 12, 1-18). Il popolo ebraico, dunque, celebra la festa nella notte fra il 14 e il 15 del mese di Nisan (il primo mese religioso del calendario lunare ebraico), che, secondo i precetti della Tōrāh, deve necessariamente cadere in primavera. E la Pasqua cristiana invece? Quando si celebra? Proprio su questo punto, nel II secolo d.C., scoppiò una grande crisi che non solo perturbò la comunità cristiana dell’epoca, ma che portò il vescovo romano di allora ad emergere e ad imporre la propria autorità.

Alcuni gruppi di fedeli provenienti dall’Asia Minore (l’odierna Turchia) trasferitesi a Roma, usavano celebrare la Pasqua seguendo la tradizione giudaica, indipendentemente dal giorno della settimana in cui questa cadeva. Da qui, il nome di “quartodecimani”.

Tuttavia, per la maggioranza dei cristiani, la Pasqua ricorreva la domenica successiva al suddetto giorno.

Perciò, proprio a causa di questo dissidio, nacque in seno alla comunità romana un forte contrasto che, a seguito di numerose discussioni, spinse il vescovo di Roma a imporre la propria autorità su tutta la comunità e a proclamare la data definitiva della festa.

Nonostante i quartodecimani continuassero ostinatamente a rimanere ancorati alla loro data, la cui origine (a detta loro) era da attribuire addirittura ai discepoli Filippo e Giovanni (il “discepolo amato”), i successivi sinodi tenutisi sia in oriente sia in occidente concordarono che la Pasqua dovesse essere concelebrata universalmente nel giorno domenicale.

Una scelta che comunque, non venne accettata dalle comunità dell’Asia minore, continuando ostinatamente a seguire la loro tradizione.

Un atteggiamento che portò l’irremovibile vescovo di Roma Vittore, stanco dell’evento, a rompere la comunione, il quale, come ribadito da Eusebio di Cesarea: «mediante lettere disapprovò indistintamente tutti i fratelli di quei luoghi e proclamò che erano scomunicati».

Una vicenda che ribadiva l’autorità del vescovo della capitale su tutte le chiese dell’impero. Vittore, infatti, non solo si dimostrò deciso a superare le divisioni presenti all’interno della comunità romana, ma impose (laddove possibile) una linea comune sia sulla prassi liturgica – sostituendo il greco con il latino come lingua principale della Chiesa – sia su alcune questioni teologiche e dottrinali.

Fu infatti il Concilio di Nicea del 325 d.C. a stabilire definitivamente che la Pasqua dovesse essere celebrata la prima domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera, fissato convenzionalmente al 21 marzo.

In questo modo, anche sulla scia della prima presa di posizione del vescovo di Roma — figura che di lì a poco sarebbe stata riconosciuta con il titolo di papa — si sancì una regola comune per tutta la Chiesa, superando le divisioni precedenti e realizzando, su scala universale, quell’unità che egli aveva per primo cercato di imporre.

STEFANO VECCHIARELLI.

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