ROMA TERMINI. LA STORIA DI UN CANTIERE INFINITO

Sia per la stazione di Roma Termini che per l’antistante Piazza dei Cinquecento, si sta consumando un fenomeno che rispecchia il più classico degli stereotipi all’italiana: i lavori giubilari di riqualificazione non sono ancora finiti con l’aggravante che, nel frattempo, le parti già completate si stanno deteriorando giorno dopo giorno.
Una condizione frustrante, che ricade non solo sui romani, costretti a dover fare più e più slalom in mezzo a cartelloni, ringhiere e teloni che delimitano dei cantieri (finalizzati tutti alla fruizione di un Giubileo chiuso ormai sei mesi fa) magari per andare al lavoro in orario, ma anche sui turisti che, molte volte, hanno come primo affaccio e accesso alla città eterna proprio Piazza dei Cinquecento.
Il rischio principale, in considerazione del fatto che solo per la Stazione Termini sono stati stanziati quasi 50 milioni di euro (provenienti dai fondi del Giubileo, dal PNRR e dal programma Caput Mundi, il piano dedicato a Roma che integra queste risorse per valorizzare il patrimonio della città), è che i cittadini possano arrivare a usufruire di un’opera completa e stabile, purtroppo, sempre troppo tardi rispetto ai tempi annunciati visto che i cantieri di riqualificazione di Piazza dei Cinquecento, affidati all’Anas, sono stati aperti nella prima metà dell’ottobre del 2023.
Un’amara situazione che, nella fattispecie, può essere tranquillamente annoverata all’interno della cronologia legata alla principale stazione ferroviaria della Capitale.
Andiamo per ordine.Prima di diventare il centro nevralgico della mobilità italiana, il luogo sul quale oggi sorge l’edificio della Stazione è stato uno di quelli che, nel corso della storia di Roma, ha più volte cambiato volto.
A cominciare dalla fine del III secolo d.C., quando gli imperatori Diocleziano e Massimiano decisero di realizzare, proprio in quello spazio, il più grande complesso termale di Roma: le rinomate Terme di Diocleziano. Strutture immense che si estendevano per un’area di circa 14 ettari (oggi identificabile nelle attuali piazze della Repubblica e dei Cinquecento fino a via Volturno e parte di via XX Settembre), che contenevano ben 2.400 vasche, la cui realizzazione comportò la demolizione di un intero quartiere di abitazioni private nonché la modifica della viabilità esistente.
Già allora, dunque, il luogo cambiava radicalmente aspetto per rispondere ai bisogni della collettività.Dalla caduta dell’Impero romano, la zona divenne sempre più periferica rispetto al centro abitato tanto che, inizialmente, venne destinata a fini agricoli con la realizzazione di orti e vigne.
Bisogna attendere il Cinquecento per trasformare quel decadente e rustico paesaggio campagnolo in un complesso architettonico nobile e signorile.
La nuova metamorfosi si deve all’intervento di papa Sisto V, al secolo Felice Peretti il quale, intorno al 1570, decise di acquistare più terreni, tra i quali proprio le Terme di Diocleziano e la Basilica di Santa Maria Maggiore e di chiedere all’architetto Domenico Fontana di costruirvi sopra la sua Villa Montalto Peretti. Parliamo di una delle ville suburbane tra le più spettacolari della Roma rinascimentale.
L’edificio, che aveva un perimetro di circa sei chilometri, conteneva al suo interno due edifici principali: il Palazzo di Sisto V alle Terme, affacciato verso le antiche terme, e il cosiddetto Casino Felice, situato all’incirca nell’area tra le odierne via Cavour e via Farini.
Ma il vero capolavoro era il giardino. Terrazze panoramiche, viali alberati, filari di cipressi, opere d’arte disseminate nel verde e oltre trenta fontane, alimentate dal nuovo Acquedotto Felice, che arricchivano in maniera straordinaria la residenza facendone un piccolo paradiso rinascimentale.
La svolta definitiva arrivò però nell’Ottocento quando, a causa del contemporaneo e necessario sviluppo delle ferrovie anche all’interno dello Stato Pontificio, l’area venne subito identificata come idonea per la costruzione di una stazione centrale, chiamata “Termini”, proprio per richiamare le vicine Terme di Diocleziano. Villa Montalto fu così acquisita, progressivamente smembrata e infine demolita per lasciare spazio alla nuova infrastruttura.
La “Stazione Termini” venne inaugurata il 25 febbraio 1863 con il nome di Stazione Centrale delle Ferrovie Romane. Tuttavia, il complesso originario necessitò subito di interventi di ampliamento (a quanto pare, nulla di diverso da quello cui assistiamo oggi…).
Dopo l’avvio dei lavori nel 1868, alla presenza di Pio IX, la rinnovata stazione venne inaugurata definitivamente nel 1874, con una facciata che si spingeva molto più avanti rispetto all’attuale edificio e quindi occupando gran parte dell’odierna piazza dei Cinquecento (chiamata così in onore dei 500 soldati italiani caduti nella battaglia di Dogali del 1887, in Eritrea). Anche la seconda stazione, tuttavia, venne sacrificata.
Negli anni Trenta del secolo scorso, infatti, si decise di costruire un nuovo impianto ferroviario, per adeguare la struttura all’aumento esponenziale del traffico ferroviario. Solo dopo l’interruzione dei lavori, a causa della Seconda guerra, un concorso del 1947 portò alla soluzione definitiva, firmata da Eugenio Montuori, Leo Calini e altri progettisti cui si deve il progetto della nuova, terza e attuale Stazione Termini. Essa fu inaugurata il 20 dicembre del 1950.
Si tratta di un complesso infrastrutturale che presenta vari elementi iconici: la grande pensilina curva in cemento armato, soprannominata dai romani “il Dinosauro”, è considerata uno dei simboli dell’architettura italiana del dopoguerra.
Nel 1955 Termini venne collegata alla metropolitana, la Terrazza Termini fu inaugurata nel 2016 mentre il parcheggio sopra i binari solo nel 2021.
Una stazione moderna, che giornalmente conta, tra arrivi e partenze, circa 850 treni e oltre 175 milioni di passeggeri l’anno.
Numeri che fanno della stazione centrale di Roma una tra le più grandi stazioni ferroviarie d’Italia e la quinta d’Europa.
Insomma, un “via vai” di gente che, speriamo presto, possa condurre e introdurre tutti, cittadini e turisti, ad ammirare le bellezze della città piuttosto che i curiosi (e ormai ritardatari) cartelloni giubilari con iscrizioni nero su bianco-giallo (oggi più grigio-ocra, in realtà).
STEFANO VECCHIARELLI


