A ROMA L’INCONTRO MONDIALE DELLE SUORE DELLA RETE ANTI-TRATTA

Le suore anti-tratta riunite a Roma da tutto il mondo. Dal 21 al 27 settembre la Uisg -Unione Internazionale delle Superiore Generali – celebra il decimo anniversario della rete anti-tratta Talitha Kum. Ottantasei delegate, provenienti da 48 Paesi, si riuniranno nella capitale per sette giorni “per decidere il futuro dell’impegno delle suore contro il traffico di persone”.
In dieci anni, Talitha Kum ha raccolto anche successi nella lotta alla tratta. Come nel caso di Maryam, dal carcere al lavoro di educatrice: “Avevo all’incirca 20 anni – racconta la donna – quando in carcere incontrai per la prima volta una delle sorelle di Talitha Kum: ero stata arrestata perché la madame mi aveva denunciato per sfruttamento alla prostituzione. Avevo deciso di lasciare il mio Paese, la Nigeria, dopo la morte di mio padre. Volevo aiutare mia madre e i miei fratelli. Arrivata in Italia con la promessa di un lavoro, mi ritrovai sulla strada, sotto le direttive di una madame che mi sottoponeva a violenze fisiche e psicologiche. Pensavo che una volta saldato il debito mi sarei liberata da questo incubo. Ma loro chiedevano sempre più soldi. Sola e senza documenti finii in carcere, pur essendo innocente. Fu una suora che veniva a visitarmi a darmi un’altra opportunità. Mi diede fiducia e convinse la sua comunità in Sicilia ad accogliermi in casa loro, consentendomi di ottenere gli arresti domiciliari”. Maryam, come racconta, si è fatta una famiglia e lavora come educatrice.
C’è poi la storia di Jessie: ” Lavoravo in un’industria chimica in Uganda. Dopo essermi ammalata a causa di un’allergia ai materiali che utilizzavamo, dovetti lasciare il lavoro. Comprai un piccolo chiosco per vendere cibo ai passanti. Tutto andava bene, fino a quando venni truffata da un’agenzia che mi offrì di lavorare in Medio Oriente. Credevo di aver avuto una grande opportunità e invece mi ritrovai in un contesto di schiavitù domestica. Lavoravo senza sosta e non ricevevo né cibo né compenso. Non pensavo ad altro che a scappare da quella terribile situazione. Durante un primo tentativo di fuga venni violentata da un taxista a cui avevo chiesto aiuto. Ma la disperazione mi portò nuovamente a fuggire e per fortuna l’altro taxista mi accompagnò in ambasciata. Fu l’inizio di una nuova vita: arrivai in una casa di religiose che si presero cura di me, dandomi cibo, vestiti, dignità. Un giorno chiesi alle sorelle la possibilità di poter rientrare a casa. Le suore mi aiutarono a ottenere i documenti e a prendere contatti con il mio Paese d’origine. Oggi vivo in Uganda e le religiose continuano ad aiutarmi nel mio percorso di reinserimento lavorativo e sociale”.
Sophia ha lottato contro un matrimonio forzato: “Ho 33 anni e sono originaria della Bielorussia. La mia famiglia era povera ma felice. Tutto è cambiato quando sui social media ho conosciuto un uomo che viveva in California. Dopo un periodo di conversazioni in chat è venuto a trovarmi e poi mi ha proposto di sposarlo e trasferirmi da lui. Ma all’euforia dei primi mesi seguirono le violenze: dovevo obbedirgli completamente, anche nella nostra vita sessuale. Mi resi conto lentamente che il nostro non era un vero matrimonio ma un modo per ottenere denaro, avere una domestica a tempo pieno e un corpo su cui sfogare aggressività e rabbia. Una mattina ho chiamato una cooperativa e tramite loro sono riuscita a scappare. Mi hanno detto che ero vittima di ’schiavitù per corrispondenza’ e mi hanno affidato a una casa-rifugio gestita da suore, dove mi sono finalmente sentita al sicuro. Ho potuto frequentare la scuola, mi sono iscritta all’università e lì ho conosciuto il mio nuovo marito. Ora ho una famiglia felice. Sono rimasta in contatto con le suore che mi hanno aiutato a guarire. Ci scriviamo spesso e condivido con loro momenti importanti. Sono diventata cittadina americana lo scorso anno”
Tra le tante storie di violenza e schiavitù finite bene, c’è anche quella di Somchai, schiavo liberato dalla prigionia del o 40 anni, molti dei quali vissuti insieme alla mia famiglia, in una baraccopoli in Tailandia. La mia vita non è stata facile. Non ho potuto studiare perché i miei genitori erano poveri, non avevo documenti ed ero e sono tutt’ora affetto da schizofrenia. Mi guadagnavo da vivere con la vendita dei rifiuti. Quando mi è capitata l’occasione di imbarcarmi su un peschereccio ho accettato la proposta, ero stanco di tanta povertà. Sognavo di girare il mondo. Purtroppo, mi trovai in una situazione peggiore di quella di prima: mangiavo poco e non riposavo mai”. “Anche il pagamento promesso – la testimonianza di Somchai – non è mai arrivato. Dopo alcuni mesi, sono stato abbandonato in un’isola dell’Indonesia. Non capivo la loro lingua, ho sofferto molto. Ho cercato di fuggire ma è stato solo grazie all’aiuto di Caritas e poi di Talitha Kum se ho potuto riconquistare la libertà e tornare in Tailandia. Le religiose mi hanno aiutato a ottenere i documenti che non ho mai avuto e hanno seguito il mio caso, consentendomi di ottenere il risarcimento dei danni e di costruire una nuova casa, dove vivo con i miei genitori. Ho ripreso il mio vecchio lavoro e le sorelle di Talitha Kum continuano a sostenermi per vivere con dignità, nonostante la mia malattia”.



