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IL SOCIALE SI FA SOCIAL: COME IL NO-PROFIT CERCA DI SOPRAVVIVERE ALLA PANDEMIA

Quando si fa riferimento alle categorie maggiormente colpite dalla pandemia, difficilmente si mette in evidenza la profonda crisi che sta attraversando il Terzo Settore. Il mondo del “sociale” ha visto drasticamente ridursi la propria capacità finanziaria; il numero di volontari e il monte ore di attività; la possibilità di attuare progetti di sostegno. In più, la crisi ha messo a rischio i posti di lavoro dei professionisti che operano all’interno delle strutture no profit.

Secondo il “No profit Philantropy Social Goods Report – Covid 19” realizzato da Italia Non Profit, durante il primo lockdown, il 78% del campione di riferimento ha fermato o dimezzato la propria attività. Per questo, il 93% degli enti del terzo settore ha registrato una riduzione delle proprie capacità finanziarie durante il periodo della pandemia.

In particolare, il 43% del totale ha visto diminuire le risorse di oltre il 50% rispetto al 2019. Le principali cause sono state identificate con l’annullamento di eventi aperti al pubblico e la sospensione delle campagne di raccolte fondi a contatto con il pubblico.

La mancanza di “contatto” ha costretto gli enti no profit a ripensare il proprio modello organizzativo, progettuale, nonché i sistemi di raccolta fondi e di sensibilizzazione del pubblico. La risposta alle nuove esigenze e al nuovo scenario pandemico è stata per molti (ma non per tutti) affidarsi alla trasformazione digitale. Il 61% degli enti è riuscita a svolgere una parte, anche consistente, delle attività istituzionali attraverso il digitale, mentre il 49% degli stessi, per natura e vocazione, non ha potuto ancora usufruire di tali strumenti.

Dal working paper “Innovazione nel terzo settore”, redatto dalla Fondazione Italia Sociale, in collaborazione con Deloitte Private e TechSoup Italia, emerge che la digitalizzazione ormai viene percepita come un’esigenza strategica dal 96% degli enti.

Tuttavia rimangono ancora forti resistenze al cambiamento, dovute soprattutto alle difficoltà di investimento e di programmazione.

Di certo la pandemia ha accelerato il processo di innovazione anche del terzo settore, e la tavola rotonda digitale “Il sociale si fa social”, organizzata dalla società di consulenza Open Gate Italia e dal Gruppo Activa, leader italiano nelle tecnologie e nei sevizi di BPO/CRM, mette a confronto esperienze, criticità e soluzioni degli ultimi 14 mesi.

In tal senso, i casi studio non mancano. Basti pensare alla Fondazione Susan G. Komen Italia onlus che ha organizzato diverse edizioni, sul territorio italiano, della mini-maratona Race for The Cure; raggiungendo una platea di 140.000 partecipanti, grazie alla “virtualizzazione” integrale delle attività e del rapporto con la community. Anche AISM ha dovuto ripensare i propri servizi, la comunicazione e il fund rising durante il 2020. “Con la campagna digital #insiemepiuforti sono stati coinvolti tutti gli stackeholder dell’organizzazione portando a risultati ancora oggi fonte di studio e ispirazioni per le nuove attività – chiarisce Valeria Martano, Direttore Raccolta Fondi AISM. 

La missione di Chorally, azienda del Gruppo Activa, è di facilitare la comunicazione tra persone e organizzazioni No-Profit, attraverso un’interazione continua, spontanea e fluida, realizzata interamente tramite WhatsApp, ad oggiuno dei punti di contatto più immediati e apprezzati. Attraverso la piattaforma digitale proprietaria basata su algoritmi di Intelligenza Artificiale e Machine Learning, Chorally permette alle organizzazioni No-Profit di raggiungere il target di riferimento in modo adeguato alle loro aspettative, mantenendo viva la relazione e configurando in modo appropriato e tempestivo la comunicazione sull’andamento dei progetti, sugli aggiornamenti delle campagne di raccolte fondi e sulle informazioni relative alle nuove iniziative programmate.

Grazie all’intelligenza artificiale, raggiungere i donatori e la community, diventerà sempre più diretto, immediato e personalizzato. Rhodri Davies di Charities Aid Foundation (CAF) osserva che i chatbot basati sull’AIpotrebbero mutare la percezione della filantropia, e, di conseguenza, il suo impatto.

Il motivo risiede nello spostamento del focus sul “mass-market commodity”. La sfida non è più contendersi i grandi donatori, ma attrarre i piccoli. Offrendo loro la garanzia di tracciabilità in tempo reale delle loro donazioni.

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