Fatti di Roma

LA STORIA DELLA GRATTACHECCA A ROMA

Prima del gelato industriale, dei freezer e delle granite confezionate, a rinfrescare le estati romane c’era lei: la grattachecca. Più che una semplice bevanda, è uno dei simboli della bella stagione capitolina, un piccolo rito popolare che attraversa generazioni e racconta un pezzo della storia della città.

L’idea di raffreddare l’acqua con neve e ghiaccio affonda le radici nell’antichità. Già gli antichi romani, infatti, consumavano bevande preparate con la neve raccolta durante l’inverno e conservata nelle ghiacciaie sotterranee, un lusso riservato ai più ricchi.

Nei secoli successivi sorbetti e bevande ghiacciate conquistarono anche le corti europee, quando avere a disposizione acqua fredda in piena estate era un privilegio per pochi. Fino all’invenzione dei frigoriferi, infatti, il ghiaccio veniva raccolto durante l’inverno oppure prodotto in grandi blocchi, quindi conservato nelle ghiacciaie per essere utilizzato nei mesi più caldi. E a Roma quei blocchi erano chiamati familiarmente “checche”.

Da qui deriva il nome grattachecca: il venditore grattava il ghiaccio con un apposito raschietto, ottenendo una neve finissima che veniva raccolta in un bicchiere e arricchita con sciroppi di menta, tamarindo, amarena, limone o orzata, ma anche con spremute e frutta fresca. È proprio questo a distinguerla dalla granita.

Quest’ultima nasce congelando una miscela di acqua, zucchero e succhi di frutta; la grattachecca, invece, utilizza ghiaccio puro grattato al momento e condito solo dopo con gli ingredienti scelti dal cliente.

Varianti simili esistono in tutta Italia – dalla “rattata” napoletana alla “grattatella” palermitana, fino alla “grattamarianna” barese e alla “scirubetta” calabrese – ma è a Roma che questa tradizione è diventata un’autentica istituzione.

I suoi templi sono i chioschi disseminati nei quartieri della Capitale, alcuni dei quali attivi da quasi un secolo.

Il più celebre è quello della Sora Maria, all’angolo tra via Trionfale e via Bernardino Telesio: aperto nel 1933, continua a essere gestito dalla famiglia che ha raccolto l’eredità della fondatrice e nelle sere d’estate richiama lunghe file di romani e turisti. Altrettanto storici sono la Fonte d’Oro e la Sora Mirella a Trastevere, insieme ai chioschi dell’Ara Pacis, di Ponte Milvio, di viale Giulio Cesare e di piazza Buenos Aires.

La popolarità della Sora Maria è entrata perfino nella cronaca universitaria.

Nel 2010 il suo nome comparve tra le domande del test d’ammissione alla Sapienza dedicate alla cultura generale su Roma: una scelta che fece discutere, ma che confermò quanto la grattachecca faccia parte dell’identità cittadina. Oggi, mentre cambiano le abitudini e proliferano gelaterie e dessert di ogni tipo, la grattachecca continua a resistere.

Forse perché, più che un semplice modo per combattere la calura, è un’esperienza. Basta il rumore della raspa sul ghiaccio, il colore degli sciroppi e un bicchiere traboccante di neve per ritrovare il sapore delle estati romane di una volta, quando il refrigerio aveva il volto sorridente di una “sora” dietro il bancone di un chiosco.

STEFANO VECCHIARELLI

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