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PASTORALE SALUTE: DON ARICE (CEI), “URGENTE” RIPORTARE “AL CENTRO LA PERSONA

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Ci sono segni di una pastorale della salute in uscita, coraggiosa nell’intraprendere vie nuove perché nuove sono le sfide che si il contesto socio-culturale italiano ci pone?”. Con questo interrogativo don Carmine Arice, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei, ha aperto oggi ad Assisi i lavori del XVII convegno nazionale dei direttori, operatori e associazioni di pastorale della salute.

Facendo riferimento al prossimo Convegno ecclesiale di Firenze, don Arice ha evidenziato: “Nel mondo sanitario il bisogno di un nuovo umanesimo che riporti al centro la persona è urgente. Tra le agorà nella quali l’uomo contemporaneo gioca la sua partita, vi è proprio quello della cura”. Lo spostamento di temi concernenti la salute dal terreno del senso e del valore a quello della tecnica costituisce “una grande sfida” per “la promozione di umanesimo nuovo: non considerare la fragilità umana, e in particolare la morte, come la sciagura dalla quale si rimane inguaribili ma come un dono per capire chi è l’uomo e qual è il suo destino”. Infatti, “La fragilità-dimensione umana è umanizzante dell’esistenza perché da essa acquisiamo occhi simili a quelli dei gufi, capaci di vedere nelle notti dell’esistenza, la stella della verità”. 

Occorre percorrere strade nuove capaci di affermare una cultura dell’umano come offerta di senso per vivere il quotidiano. La carità cristiana, concreta come è concreto l’amore vero, deve generare anche una cultura dell’umano e contribuire così a formare le coscienze”, ha sostenuto don Arice. “Quando il genio di Leonardo ha espresso la perfezione umana disegnando l’uomo vitruviano”, “ha celebrato, con il linguaggio che conosceva meglio, una certa perfezione dell’uomo. Ma quel disegno è muto e non ci dice come quell’uomo potrebbe muovere le sue braccia e i suoi portenti muscoli”.

Anche il Cristo “viene definito uomo perfetto, anzi Dio. E ci viene anche raccontato come ha usato i suoi muscoli, la sua forza divina, come ha esercitato la sua leadership umanamente fallita. Lo sappiamo dai vangeli ma anche dai non pochi artisti che a Firenze hanno raccontato con l’arte pittorica, scultorea, la poesia, la letteratura e la carità, quello che Egli fece. Nessuno più di lui è stato capace di mettere insieme arte e carità in un mondo ferito da brutalità ed egoismo!”. Di qui l’auspicio: “Abbiamo bisogno di avere lo sguardo di Cristo nel mondo della sofferenza. Abbiamo bisogno che Egli entri e risani le tante situazioni disumane che generano abbondanti lacrime in tanti nostri fratelli”. (AgenSir)

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