Religioni

SANTA MARIA IN TRASTEVERE. TRA MOVIDA GIOVANILE E ORIGINE DEL CRISTIANESIMO ROMANO

Può Santa Maria in Trastevere, uno dei luoghi più frequentati dalla movida giovanile, nascondere una delle storie più interessanti e fondamentali nella storia del primo cristianesimo e, con il senno di poi, di Roma? Ovviamente sì.


In quella Piazza, lì dove oggi i ragazzi passano le proprie serate tra scherzi e bevute, e dove diversi anni fa i bambini di allora si divertivano a imitare Agostino Di Bartolomei (o a lanciare distrattamente qualche freesbee), l’imponente chiesa trasteverina richiama – indirettamente – un episodio che incise profondamente sulle origini del primo cristianesimo romano: uno dei principali dissidi che la Chiesa abbia mai conosciuto.

Il quartiere di Trastevere, dato il suo stretto legame con il fiume e la forte presenza di immigrati orientali, fu uno dei rioni con la maggiore presenza ebraica della città; e poiché i primi cristiani iniziarono ad annunciare la “nuova via” partendo da tali comunità, non è illogico immaginare che la loro opera di evangelizzazione incominciò proprio da qui.

Non è nemmeno azzardato ipotizzare che Santa Maria in Trastevere rappresenti probabilmente il primo luogo ufficiale di culto cristiano a Roma, visto che la Basilica detiene il rango di “Titulo” – un riconoscimento ecclesiastico indicante un’importante rilevanza storica, dato che l’edificio originario, appartenuto forse ad un privato, veniva utilizzato per far celebrare in sicurezza l’eucarestia alla comunità: una “domus ecclesia” (o “proto-parrocchia”, diciamo).


Ma quale dissidio storico nasconde questa popolarissima Basilica? Anzitutto, è importante ricordare che essa è profondamente legata al protagonista del nostro racconto: papa Callisto I (217-222), ritenuto, secondo una leggenda, come il fondatore della Basilica, costruita sopra un terreno che avrebbe iniziato a sgorgare olio santo.

Inoltre, nonostante gli albori della nuova religione, il vescovo di Roma si trovava a gestire una comunità già lacerata da forti divisioni interne, perfettamente raccontate nell’“Elenchos”, un’opera scritta dal principale rivale di Callisto per l’episcopato romano: sant’Ippolito.


In questo testo, Ippolito descrive Callisto come un uomo vile, schiavo e responsabile di aver dissipato il denaro del proprio padrone, un cristiano che aveva creato una banca destinata alla sovvenzione di vedove e orfani.

Scoperto il misfatto, Callisto non solo tentò inutilmente la fuga ma, pur di non farsi catturare, anche il tentato suicidio seppur senza successo.

Condannato inizialmente alla “macina” per il precedente errore, Callisto venne successivamente punito dal prefetto Capitolino a lavorare nelle miniere in Sardegna dopo aver deciso di insultare degli ebrei nella loro sinagoga.

Tornato a Roma grazie all’aiuto dell’amante cristiana dell’imperatore Commodo, che riuscì a farlo liberare insieme ad altri cristiani presenti nell’isola, venne incaricato di organizzare il primo cimitero della Chiesa romana: una catacomba privata che, da allora, venne rinominata “catacomba di Callisto”.

Malgrado tutto, alla morte del vescovo Zefirino, gli succedette – incredibilmente – proprio Callisto. Un fatto che divise profondamente la comunità e che indusse Ippolito ad essere nominato come il primo “antipapa” della storia.

L’intera corrente guidata da quest’ultimo, infatti, sosteneva che la comunità doveva essere una “Chiesa di puri”, dove i peccatori dovevano essere esclusi senza avere il permesso di accedere.

Callisto, al contrario – e forse proprio per la sua storia –, ribadiva invece l’idea di una Chiesa aperta a tutti e all’interno della quale ogni peccato poteva essere perdonato. Una Chiesa universale, una Chiesa “Cattolica”.

Un’idea che, alla fine, prevalse. La visione di Callisto, infatti, non solo risultò più stabile ma anche più attraente, con molti seguaci di Ippolito che decisero di tornare indietro nell’unità pur di ricevere il perdono.

Un’idea che, infine, convinse anche lo stesso Ippolito: sebbene Callisto fosse morto già da qualche anno, il primo antipapa decise di riconciliarsi definitivamente con Ponziano (il legittimo vescovo eletto dalla comunità) prima di ricevere insieme il martirio.


Una storia che racconta non solo come a Roma prevalse l’idea di una Chiesa tollerante e universale, ma anche di come, nonostante le divisioni, la comunione tra i fratelli resti il bene più prezioso.

Un racconto che, oltre al suo interesse storico, conserva ancora oggi una forza attuale: questo episodio non è soltanto un curioso aneddoto da condividere davanti a una birra o a un gelato in quella piazza, ma anche un invito – tutt’altro che banale – a ritrovarsi con un vecchio amico.
STEFANO VECCHIARELLI

Articoli correlati

Back to top button
Close