Fatti di Roma

ROMA ED IL 25 APRILE.

Quella che viene ricordata come la “resistenza” – ovvero, la mobilitazione dei cittadini contro l’esercito nazista –, a Roma, cominciò subito dopo l’occupazione della città. Storicamente parlando, dall’8 settembre del 1943 (giorno dell’armistizio) al 4 giugno del 1944 (giorno della liberazione dell’Urbe). Roma, nello stesso giorno della resa – avvenuta tramite un comunicato radio –, divenne teatro di scontri sanguinosi e brutali con l’obiettivo di respingere l’esercito straniero: Porta San Paolo, per due giorni, fu il palcoscenico dell’inutile tentativo militare (e civile) italiano di fermare l’avanzata nemica lungo via Ostiense.

Oggi, in mezzo al traffico caotico che solo l’intreccio tra linee tramviarie e incroci impossibili può creare, tra le mura Aureliane e la Piramide Cestia, lapidi e targhe silenziose sussurrano ancora il coraggio di chi, perdendo la vita, lì difese la propria casa.Poco distante, in via del Porto Fluviale, un gigantesco murale raffigurante un airone, dipinto sotto l’ombra del Gazometro, distoglie l’attenzione da una piccola lapide che, posta appena prima del ponte, ricorda l’uccisione di dieci donne ad opera di soldati nazisti, il 7 aprile 1944.

Il motivo è semplice, ma in una contemporaneità in cui si soffre di più il dramma dei pochi like e follow che il morire di fame, venire uccise dopo aver tentato di rubare dei tozzi di pane assaltando un forno che riforniva le truppe nemiche, può risultare incomprensibile.Anche Roma est non mancò all’appello.

Oltre agli infiniti ed inanellati semafori rossi che caratterizzano questo settore della capitale, quartieri come Centocelle, Torpignattara e Quarticciolo divennero centri attivi di opposizione.

Tutti quartieri popolari e sorti da poco, ma comunque capaci di generare solidarietà e protezione reciproca: il 9 settembre, in piazza della Marranella, ai civili vennero distribuite armi, e gruppi organizzati come Bandiera Rossa, riuscirono persino a muoversi apertamente, organizzando incontri e attività politiche. Questo a Piazza dei Mirti, per la precisione.Nel frattempo, rastrellamenti, arresti, deportazioni e pene capitali, colpivano una Città sostenuta soprattutto dal coraggio delle donne.

Sparare al nemico, procurarsi del pane o trasmettere un messaggio richiedeva coraggio, ma forse prendere un proiettile per qualcuno ne richiedeva ancora di più.

Rosa Calò Guarnieri Carducci, uccisa il 7 ottobre 1943, nel quartiere Prati da un soldato nazista mentre tentava di fermarlo per permettere al figlio (renitente alla leva) di fuggire, ne sa qualcosa, e il cortile interno del civico 72 di viale delle Milizie ne è testimone.

I segni lasciati su un muro del centro cittadino, prodotti la mattina del 23 marzo 1944, testimoniano ancora oggi la violenza che possono provocare insieme diverse scariche di mitra e diciotto chili di tritolo.

Eppure, perché soffermarsi su questi fori, “caratteristici” di via Rasella, quando di Fori si preferiscono quelli imperiali? Perché ricordarsi anche delle Fosse Ardeatine, dove 335 persone furono uccise in una rappresaglia pianificata;

o fare memoria di Via Tasso, oggi con il Museo Storico della Liberazione, ma ieri sede del comando della polizia nazista e luogo di tortura;

o di Forte Bravetta, luogo di esecuzione di esponenti di spicco della Resistenza romana;

o perché non ignorare il Carcere di Regina Coeli, punto di raccolta di molti prigionieri politici destinati alle esecuzioni o alla deportazione nei campi di concentramento (e oggi sede di persone che aspettano solo perdere le proprie squame dagli occhi e di poter tornare a vedere), quando il Colosseo è più “instagrammabile”?

Perché, il 25 aprile, si dovrebbe andare a visitare zone turisticamente irrilevanti come il Quadraro che, all’alba del 17 aprile 1944, fu circondato e rastrellato, con centinaia di uomini che furono strappati alle famiglie e deportati a lavorare nei campi in Germania? Non interessa a nessuno.

Così come non interessa a nessuno che il 4 giugno 1944, proprio mentre Roma veniva liberata, nella zona de La Storta, alcuni prigionieri della Resistenza, prelevati proprio dal carcere di via Tasso, furono uccisi dai soldati nazisti in ritirata.

Perché dover mantenere viva la memoria di questi posti? Perché sarebbe doveroso andare a vedere? Perché, in una giornata in cui ci si può rilassare, scegliere questi luoghi anziché dirottare su Fontana di Trevi, piena di turisti e dove il gelato è buono? Non solo perché mantenere viva la memoria di questi posti invita l’uomo di oggi a non dimenticare chi ha dato la vita per la libertà dall’oppressione di chi voleva toglierla, ma soprattutto perché “Chi controlla il passato, controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato” (George Orwell, 1984).

STEFANO VECCHIARELLI

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