ROMA E I SEPOLCRI. UNA RICORRENZA DEL GIOVEDÌ SANTO

Un’antica tradizione della sera del Giovedì Santo che è ancora possibile trovare a Roma e quella di andare a “visitare i sepolcri”. Ma in che senso? Che la sera del Giovedì Santo, a Roma, si va a fare un giro tra le tombe del Verano? Oppure, per i tifosi più accaniti, che si volteggia mestamente nei pressi di Trigoria (magari per andare a fare visita a qualche centro sportivo sede di una squadra smunta che, a ridosso di marzo, ha già perso ogni obiettivo stagionale – purtroppo…)? No, non esattamente…Innanzitutto, è importante sapere che per “sepolcro” non si intende una tomba in generale, ma “l’altare della reposizione”: il luogo in cui, secondo la liturgia cattolica, viene riposta e conservata l’Eucaristia al termine della messa vespertina in Cena Domini, ovvero la celebrazione del Giovedì Santo.
A Roma, come in tutte le chiese del mondo – dalle grandi basiliche storiche alle parrocchie di quartiere – si allestisce il cosiddetto “altare della reposizione”.
Spazi liturgici particolari, fortemente suggestivi, abbelliti con composizioni floreali ben curate, candele, piante e simboli della Passione. Non mancano momenti di preghiera e veglie notturne silenziose per aiutare i fedeli ad entrare nel cuore del Triduo Pasquale e, magari togliendo qualche ora del proprio sonno, compartecipare “all’ora della prova” del Signore.
Un gesto quindi che, a Roma, può trasformarsi in un itinerario fortemente spirituale percorrendo la città, a partire dal tardo pomeriggio del Giovedì Santo, e fermandosi di chiesa in chiesa per visitare questi altari allestiti. Ma dove nasce questa tradizione? La visita ai sepolcri nasce dall’unione di due distinte pratiche religiose, unitesi poi per devozione popolare: il Pellegrinaggio romano delle Sette Chiese e dalla venerazione verso il Santissimo Sacramento Eucaristico.
Il Pellegrinaggio delle Sette Chiese, già praticato e consolidato con il Giubileo del 1300 indetto da Bonifacio VIII, è stato ripreso da San Filippo Neri che il Giovedì Grasso del 1552, in opposizione ai festeggiamenti del carnevale, propose ai romani un percorso alternativo di preghiera da svolgersi tra le principali basiliche della città.
Un pellegrinaggio praticato per cercare di opporsi al clima mondano ed eccessivo che questa festa sapeva offrire all’epoca, e spostatosi progressivamente sempre più verso la fine della Quaresima, cercando di fare memoria delle tappe di Gesù nel percorso della Sua passione.Parallelamente, nel Medioevo, è risalente un’altra “visita ai sepolcri”.
Proprio in occasione della fine della quaresima, infatti, molti erano i pellegrinaggi che venivano intrapresi in Terra Santa per andare a visitare il luogo della passione, morte e sepoltura di Gesù, presso la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme.
Tuttavia, visto che non tutti potevano affrontare quel pericoloso, estenuante e difficile viaggio, in Europa si diffusero gradualmente riproduzioni simboliche del Sepolcro, dando origine alla tradizione di andare a visitare più chiese locali durante la Settimana Santa.Da qui, è facile intendere come le due tradizioni, nel corso del tempo, si fondessero in un unico pellegrinaggio con al centro la devozione e la penitenza.
Ecco svelato il cuore di quella tradizione che invita, nella serata del Giovedì Santo, ad entrare in più chiese e sostare in preghiera davanti all’altare della reposizione.
Non si tratta quindi di una semplice visita, ma di un vero pellegrinaggio urbano, che ripercorre simbolicamente la Passione di Cristo. Una tradizione e devozione popolare, che anche in questo caso, la città eterna conserva gelosamente.
STEFANO VECCHIARELLI



