Fatti di Roma

PROBLEMI E SOLUZIONI: LA PERIFERIA ROMANA

Che le periferie romane concentrino disagi e problematiche non è fatto nuovo. Ma è fondamentale per noi capire come e perché alcune zone della capitale vivano questa condizione, e soprattutto come le istituzioni e i cittadini cerchino di intervenire con centinaia di progetti attivi sul territorio.

Prima di tutto, per provare a risolvere i problemi bisogna conoscerne le specificità, le radici e l’incidenza. In breve, le periferie romane soffrono la mancanza di servizi essenziali, degrado urbano, povertà diffusa ed esclusione sociale. Nello specifico, chi vive nelle borgate e nelle periferie della capitale, soprattutto al di fuori del Grande Raccordo Anulare, accusa carenza – o mancanza – di scuole, spazi verdi, trasporti pubblici efficienti, strutture sanitarie e luoghi di aggregazione. In molte zone, poi, mancano anche attività commerciali di prossimità. A ciò si aggiunga la presenza di edifici spesso fatiscenti, case popolari trascurate e abbandono edilizio. In molte case, soprattutto in complessi popolari, le abitazioni sono praticamente invivibili, con infiltrazioni d’acqua, carenze strutturali e infestazioni.

C’è poi la questione del disagio sociale, legato soprattutto alla povertà e disoccupazione diffusa e alla criminalità. È alto il livello di povertà educativa, oltre che economica e abitativa, che contribuisce massimamente alla disoccupazione, poiché senza diploma difficilmente oggi si trova un lavoro. In molte zone, infatti, sono in aumento gli indici di NEET, ovvero giovani che non studiano e non lavorano, oltre che dell’abbandono scolastico. Quasi l’8,5% degli abitanti di periferia, poi, resta sotto la soglia di sussistenza. Per fare un esempio, nel VI municipio (“delle Torri”, come Torre Maura e Torre Angela) il reddito medio è meno della metà di quello dei quartieri centrali. Spesso, poi, l’assenza di opportunità e coesione sociale è terreno fertile per forme di microcriminalità e illegalità, come lo spaccio di sostanze stupefacenti.Infine, la periferia vive il problema dell’isolamento e della convivenza spesso difficoltosa. Chi vive nelle borgate, infatti, difficilmente dispone di collegamenti efficienti con il centro città, che non solo limita l’accesso al lavoro, ma anche la vita sociale degli abitanti. Spesso, poi, i disagi socioeconomici cozzano con l’interculturalità di molte periferie, risultando in una difficile convivenza tra italiani e migranti.

Ma come siamo arrivati a questo? Le ragioni dietro alle difficoltà delle periferie sono molteplici, ma possono essere raggruppate in tre macroaree: un primo elemento è legato alla dimensione geografica di Roma e delle sue periferie. La capitale, infatti, ha un territorio amministrativo grande quanto quello delle altre grandi città italiane sommate. In concreto ciò comporta un reale problema di governo dello spazio urbano, che certo non è una scusante per dimenticarsi delle periferie, ma che certo rende il lavoro molto complesso e articolato.

C’è poi la questione socioeconomica: non solo, come visto precedentemente, la situazione delle periferie romane è molto difficile, ma spesso le scelte prese in politica acuiscono le criticità. Un esempio è la collocazione delle esternalità negative necessarie alla città (discariche, inceneritori, CAR etc.) proprio in periferia: come possono cittadini e cittadine accettare di buon grado? Infine, c’è la dimensione politica. Tra esclusione, disagio e povertà, il senso di sfiducia degli abitanti per il governo centrale, e la generale incapacità dell’amministrazione romana di costruire negli anni azioni politiche convincenti, ha determinato una generale impoliticità delle periferie, che spinge molti a preferire movimenti che offrono scelte identitarie e soluzioni tampone, non durature, alle difficoltà della borgata.Con ciò non si vuole però avallare la tesi per cui periferia sia una zona di serie B. Anzi, le periferie sono «zone eccezionali», in tutti i sensi.

La carenza di servizi e la marginalità a cui sono state condannate, infatti, le rende spesso fucine di creatività, luoghi alternatici che riescono a generare cambiamento con soluzioni creative e resilienti. Questo fermento sociale e culturale passa attraverso la riappropriazione degli spazi, riqualificati e trasformati, la costruzione di identità forti e spesso contro-culturali (perché la cultura mainstream ha fallito la periferia), e soprattutto con la creazione di reti sociali e iniziative dal basso. Gli attori in gioco sono molteplici: cittadine e cittadini di buona volontà, giovani, ma anche associazioni cattoliche. “Periferia Capitale” ad esempio, sostiene molte associazioni, comitati, cooperative e gruppi di volontariato nei diversi municipi. Poi c’è “Nonna Roma” che si occupa di sostegno alimentare e attività di mutuo soccorso per le famiglie in difficoltà delle periferie. Ci sono anche quelle specificamente di quartiere, come “Attivamente Cecchignola”, impegnata per i diritti fondamentali nel quartiere Castello della Cecchignola, come mobilità, salute e istruzione; oppure “Forum Parco delle Energie” che difende il parco Ex Snia Viscosa e promuove attività di tutela ambientale nel V Municipio. Ci sono associazioni itineranti come Medicina Solidale Onlus per portare assistenza medica a zone scarsamente fornite. E poi ci sono gli interventi offerti dalla chiesa, come l’operato di Don Coluccia, sacerdote sotto scorta per aver sfidato le mafie, impegnato a combattere lo spaccio nel quartiere di Tor Bella Monaca. In conclusione, nelle periferie romane il riscatto nasce dall’incontro tra terzo settore, cittadini e istituzioni: solo lavorando insieme si creano comunità più forti e soluzioni efficaci alla marginalità.

LAVINIA CECI

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