Giovani e Scuola

OCCUPAZIONE SÌ, OCCUPAZIONE NO: IL CASO RUIZ

Ottobre è il mese delle occupazioni. Visconti, Newton, Cavour e molti altri licei romani sono stati presi dagli studenti nell’ondata di mobilitazioni ProPal delle ultime settimane. Ma nel clima di fermento, non sono mancati episodi che hanno fatto discutere. Da ultimo, il caso dell’istituto tecnico commerciale Vincenzo Arango Ruiz dove alcuni giovanissimi hanno esibito il saluto fascista, inneggiando al Duce.Durante l’occupazione dell’istituto di Viale Africa, nel cuore dell’Eur, sono circolate sul web le immagini di un gruppetto di ragazzi che sale sui banchi e intona cori fascisti. Sullo sfondo, i compagni ridono e applaudono. Le reazioni non si sono fatte attendere: da una parte, c’è chi minimizza l’atto, definendolo «goliardia giovanile», e chi, come la Rete degli studenti medi, parla di gesto «inaccettabile», soprattutto se collocato in una scuola. Le immagini, poi, avrebbero riaperto l’eterno dibattito sulla validità delle occupazioni: ha senso lasciare stabili statali nelle mani di minorenni, e ripagarne i danni? Dipende.In Italia occupare una scuola non è classificato come diritto, ma non è sempre considerato un reato. Prendere un istituto per anche solo per poche ore rallenta, se non addirittura blocca, il regolare flusso del servizio pubblico, creando disagi a studenti e professori. Inoltre, spesso chi occupa gli stabili danneggia le proprietà statali – banchi, lavagne, computer etc – che devono essere ripagate, oltre alle pulizie approfondite prima del rientro degli alunni. Insomma, ripristinare le attività scolastiche dopo un’occupazione non è una passeggiata.

Allo stesso tempo, però, occupazioni come quelle di queste settimane rientrano in una mobilitazione più ampia e complessa che ha coinvolto tutto il paese: quella per la causa palestinese. L’apertura di spazi di dialogo e sensibilizzazione del corpo studentesco su temi di attualità è fondamentale per una formazione completa e soprattutto radicata nella realtà. Bisogna capire, però, dove e quando aprire questi spazi

La preside del Ruiz, Guglielmina Uliano, è intervenuta sull’occupazione dell’istituto, ribadendo l’importanza di creare un dialogo con i propri ragazzi che tenga conto di entrambe le parti: da un lato, le ragioni di chi occupa, dall’altra, le esigenze del personale scolastico. In spirito di comunità, gli studenti hanno deciso di interrompere l’occupazione e avviare le pratiche di ripristino dello stabile, con la promessa di condividere le riflessioni prodotte in questi giorni.

È forse proprio il dialogo, invece, a mancare nella vita formativa dei giovanissimi protagonisti dei video girati al Ruiz. Paola Angelucci, assessora alla scuola del municipio IX di Roma, interviene sul caso parlando dell’inconsapevolezza dei ragazzi nel compiere quel gesto, e si offre «per un confronto e per portare nella scuola, in accordo con il consiglio d’istituto, storici e associazioni che possano fare testimonianza e attraverso la conoscenza, sviluppare senso critico e capacità di ragionare con la propria testa». Sullo stesso tema anche il presidente dell’Associazione Nazionale Presidi Roma Mario Rusconi: «Serve il dialogo con studenti e famiglie, a patto che queste non incentivino i loro figli» in azioni scorrette.

Dialogo e apertura, ma anche formazione ragionata come strumenti fondamentali per far fronte a nuove generazioni sempre meno scolarizzate, e la cui attenzione sembra sempre più difficile catturare

Alla fine, allora, la domanda resta la stessa: occupare è legittimo o no? Dipende. Ad oggi non esiste una vera e propria legge che regoli direttamente le occupazioni studentesche. Esite lo Statuto delle studentesse e degli studenti che tutela il diritto di assemblea e partecipazione, ma non contempla atti di vandalismo e presa degli stabili con la forza. La Cassazione interpreta l’occupazione come un’interruzione del pubblico servizio, mentre la Procura di Roma ha più volte riconosciuto gli studenti non come “estranei” occupanti, e dunque da cacciare, a patto che l’azione resti pacifica e non impedisca agli altri di studiare. C’è infine un nodo etico da sciogliere: occupare è segno di vitalità democratica ma anche abuso di un bene collettivo. Se non c’è una cornice giuridica di riferimento, l’atto resta entro una zona grigia in cui il confine tra gesto politico e illecito è sfumato.

Dunque, finché la legge tace e la politica si limita a reagire, la legittimità resta una questione di coscienza civile — e di quanto le scuole, più che i tribunali, sapranno insegnare a discuterla.

LAVINIA CECI

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