Fatti di Roma

LA BRECCIA DI PORTA PIA E LA PRESA DI ROMA

Ci sono date nella storia di Roma e d’Italia che non possono essere dimenticate, e il 20 settembre del 1870 – giorno della Breccia di Porta Pia – è una tra queste.
Considerata l’apice della Questione romana, cioè del conflitto che oppose il movimento risorgimentale italiano contro lo Stato Pontificio per la sovranità sulla città di Roma, la Breccia di Porta Pia fu la conseguenza di un percorso quasi ineluttabile.

Uno dei problemi principali del movimento risorgimentale italiano, infatti, era rappresentato dal fatto che il papa fosse contemporaneamente capo spirituale della Chiesa cattolica e sovrano di uno Stato territoriale. Prendere Roma, dunque, significava attaccare lo Stato Pontificio.
La problematicità del tema divenne particolarmente evidente nel 1849.

L’anno precedente, infatti, durante i moti rivoluzionari del 1848, il clima politico della città aveva costretto papa Pio IX ad abbandonare Roma dopo l’assassinio del capo del governo pontificio Pellegrino Rossi. L’Assemblea costituente del 9 febbraio 1849, senza annullare l’autorità religiosa del pontefice, proclamò la nascita della Repubblica Romana e dichiarò decaduto il potere temporale dei papi.

Pio IX, rifugiatosi a Gaeta, chiese però l’intervento delle potenze cattoliche europee e, tra tutte, fu soprattutto l’intervento della Repubblica francese a rivelarsi decisivo.

L’esercito della francese riuscì a conquistare Roma; la Repubblica Romana cessò di esistere, il potere pontificio fu restaurato e la Francia divenne il principale baluardo dello Stato Pontificio.


Quando il 17 marzo 1861 venne proclamato il Regno d’Italia, il problema di Roma acquistò una centralità ancora maggiore. Roma, infatti, non veniva più considerata come uno dei tanti territori italiani da unificare, ma come la capitale naturale dello Stato italiano.

I tentativi diplomatici avviati per scongiurare una inevitabile guerra contro il papa e la Francia furono accompagnati da tentativi bellici.

Giuseppe Garibaldi, ritenendo l’unificazione italiana incompleta senza Roma, tentò per due volte di raggiungere la città attraverso iniziative militari volontarie.
Il primo tentativo avvenne nel 1862.

Dopo aver radunato volontari in Sicilia e aver iniziato a risalire la penisola con l’obiettivo di dirigersi verso Roma, l’Eroe dei due Mondi venne fermato e sconfitto dallo stesso esercito italiano sull’Aspromonte per il timore di provocare un inevitabile conflitto armato con la Francia.


Nel 1867 Garibaldi organizzò una nuova spedizione: il piano prevedeva di combinare l’arrivo dei garibaldini con un’insurrezione interna nello Stato Pontificio. Ancora una volta, però, le truppe garibaldine furono sconfitte dalle forze combinate pontificie e francesi.


La situazione cambiò radicalmente però nell’estate del 1870.

Lo scoppio della guerra franco-prussiana impose al nuovo impero francese di Napoleone III di spostare le proprie truppe per combattere contro la Prussia del cancelliere Otto von Bismarck e di richiamare il contingente che proteggeva il papa.

All’inizio di settembre, con la battaglia di Sedan, Napoleone III venne sconfitto e fatto prigioniero; pochi giorni dopo crollò del Secondo Impero francese.

La strada verso Roma, per lo Stato italiano, era aperta.
Tuttavia, nel tentativo di evitare una conquista puramente militare, lo Stato italiano cercò, attraverso una lettera scritta personalmente dal re Vittorio Emanuele II, di convincere il pontefice ad accettare l’ingresso delle truppe italiane.

Fallito anche quest’ultimo tentativo diplomatico a causa del rifiuto di Pio IX, l’11 settembre iniziarono le operazioni militari italiane guidate dal generale Raffaele Cadorna.

L’esercito italiano circondò progressivamente la città, distribuendo i reparti lungo diversi settori delle Mura Aureliane ed evitando, per quanto possibile, la Città Leonina.


La mattina del 20 settembre 1870, intorno alle cinque, cominciò il bombardamento delle mura.

L’artiglieria italiana concentrò progressivamente il proprio fuoco sul settore nord-orientale e, poco dopo le nove, apparve una breccia in un punto compreso tra Porta Pia e Porta Salaria.

Il varco, raggiunta la lunghezza di circa trenta metri, fu sufficiente per permettere il passaggio delle truppe dentro quella che sarebbe divenuta, l’anno successivo, la nuova capitale d’Italia.


Il 20 settembre 1870 rappresentò quindi non solo il compimento della conquista italiana di Roma, ma anche la fine dello Stato Pontificio come grande Stato territoriale e l’inizio di una nuova fase della Questione romana.


Dopo la presa di Roma, il governo italiano approvò, il 13 maggio 1871, la Legge delle guarentigie: un provvedimento unilaterale con cui lo Stato italiano garantiva a Pio IX libertà spirituale, inviolabilità personale, immunità, proprie guardie e rapporti diplomatici. Il papa perdeva il potere temporale, ma conservava piena indipendenza religiosa.La Legge, ovviamente, venne però rifiutata da Pio IX.

Accettarla, infatti, avrebbe significato riconoscere implicitamente la legittimità dell’annessione di Roma e il diritto dello Stato italiano di regolare la posizione del pontefice.

Pio IX e, dopo di lui, i suoi successori mantennero quindi una forma di auto-reclusione politica e simbolica in Vaticano, rifiutandosi di riconoscere la nuova situazione politica.

Un contesto in cui la Santa Sede, inoltre, ribadì il divieto imposto ai cattolici italiani di partecipare alla vita politica nazionale del Regno d’Italia attraverso il Non expedit (“non conviene”).


La Questione romana rimase quindi aperta e si concluse solamente l’11 febbraio 1929, quando lo Stato italiano e la Santa Sede firmarono i Patti Lateranensi.

Il Trattato, sottoscritto dal capo del governo italiano Benito Mussolini e dal cardinale Pietro Gasparri per la Santa Sede, sanciva il riconoscimento reciproco e la piena sovranità della Santa Sede sul nuovo Stato della Città del Vaticano.


STEFANO VECCHIARELLI

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