16 OTTOBRE 1943: IL RASTRELLAMENTO DEL GHETTO DI ROMA

A Roma, si sa, molti finesettimana possono diventare indimenticabili: gite, uscite con gli amici e passeggiate all’aria aperta offrono sempre occasioni interessanti. Occasioni che, condite anche dalla mitezza delle “ottobrate romane”, solo i sabati pomeriggio della Capitale possono dare. Tuttavia, il sabato del 16 ottobre 1943 non fu un finesettimana uguale a tutti gli altri. Il 16 ottobre 1943, infatti, fu il giorno in cui avvenne il rastrellamento del ghetto di Roma.
Condotta tra le 5:30 e le 14:00 di quella mattina e svoltasi principalmente intorno al Portico d’Ottavia, la retata antiebraica fu perpetrata dalle truppe tedesche appartenenti alle SS, con la collaborazione di funzionari del regime fascista della Repubblica Sociale Italiana, durante l’occupazione tedesca di Roma. Un episodio che, passato alla storia come il “sabato nero”, portò all’arresto di 1259 persone e alla successiva deportazione ad Auschwitz di 1023 di loro.
Il blitz si svolse principalmente all’interno del ghetto ebraico: area compresa nel rione Sant’Angelo, nel pieno centro storico, in una zona compresa grosso modo tra il Portico d’Ottavia, il Tevere, piazza delle Cinque Scole e l’area dell’attuale Tempio Maggiore. Fondato nel 1555 da papa Paolo IV, il ghetto fu, fino alla liberalizzazione concessa da papa Pio IX nel 1848, il luogo di residenza degli ebrei di Roma. Tuttavia, nonostante l’emancipazione della comunità, l’area continuò ad essere abitata principalmente da cittadini di religione ebraica.
All’indomani dell’occupazione tedesca di Roma, avvenuta il 10 settembre 1943, Herbert Kappler, il tenente colonnello delle SS e comandante della Gestapo a Roma, ricevette un messaggio da parte di Heinrich Himmler, ministro dell’interno della Germania nazista e teorico della “soluzione finale della questione ebraica”, nel quale ribadiva che: «i recenti avvenimenti italiani impongono una immediata soluzione del problema ebraico nei territori recentemente occupati dalle forze armate del Reich».
Il 24 settembre successivo, però, Himmler fu più esplicito. In un suo telegramma indirizzato esclusivamente a Kappler, il gerarca nazista dispose che: «tutti gli ebrei, senza distinzione di nazionalità, età, sesso e condizione, dovranno essere trasferiti in Germania ed ivi liquidati. Il successo dell’impresa dovrà essere assicurato mediante azione di sorpresa».
Fu così che Kappler, convocando il 26 settembre i rappresentati della comunità ebraica di Roma, impose loro la consegna di 50 chilogrammi d’oro entro trentasei ore minacciando, in caso contrario, la deportazione. Tuttavia, nonostante la comunità fosse riuscita a consegnare due giorni dopo ben 50,3 chilogrammi d’oro alle autorità tedesche, la deportazione non venne scongiurata. Nei primi giorni di ottobre, infatti, giunto con il compito di disporre l’operazione, arrivò a Roma Theodor Dannecker, collaboratore di Adolf Eichmann – uno dei maggiori responsabili operativi dello sterminio degli ebrei nella Germania nazista – ed esperto nell’organizzazione delle deportazioni degli ebrei europei.
All’alba di sabato 16 ottobre 1943, appena due giorni dopo che le autorità tedesche erano entrate in possesso anche degli elenchi contenenti nomi e indirizzi degli appartenenti alla comunità, in seguito al saccheggio delle biblioteche della Comunità e del Collegio rabbinico, 365 uomini della polizia tedesca diedero inizio al rastrellamento. Procedendo isolato per isolato, le forze tedesche fecero uscire le persone dalle proprie abitazioni, le caricarono sui camion militari e le trasportano al Collegio Militare di Palazzo Salviati, in via della Lungara.
Due giorni dopo, trasferiti alla stazione Tiburtina e caricati su convogli composti da carri bestiame, i deportati vennero spediti ad Auschwitz. Il treno raggiunse il campo di concentramento solo quattro giorni dopo, senza aver mai aperto i vagoni. Delle 1023 persone rastrellate, 820, considerate non idonee al lavoro, furono immediatamente destinate alle camere a gas. Le altre, 154 uomini e 47 donne, furono invece selezionate per il lavoro forzato. Soltanto 15 uomini sopravvissero; Settimia Spizzichino, invece, fu l’unica donna.
Sebbene venne imputato alla Santa Sede e a Pio XII di non aver espresso pubblicamente una condanna esplicita dell’inumano episodio, parallelamente, nei giorni e nei mesi successivi numerosi conventi, istituti religiosi e altre strutture ecclesiastiche offrirono rifugio agli ebrei perseguitati. Circa 4447 furono gli ebrei accolti clandestinamente in conventi e istituzioni religiose cristiane. A queste forme di assistenza, si aggiunse anche l’aiuto offerto da molti cittadini romani, che nascosero i perseguitati o favorirono la fuga.
Un finesettimana che, sicuramente, ricordando le 689 donne, i 363 uomini e i 207 tra bambini e bambine, Roma e i romani non dimenticheranno mai.
Stefano Vecchiarelli



