UN MINUTO PER LA PACE

«Pace» è una parola inflazionata negli ultimi tempi. Solo nel mese di ottobre si è registrato un aumento significativo del suo utilizzo, con picchi di un «pace» ogni tre minuti. Tutti ne parlano, tutti la invocano per questo o quel conflitto, per i popoli straziati da anni di guerre, e più in generale per il mondo intero: che possa vivere in pace. Ma cosa significa veramente vivere in pace? E soprattutto, cosa serve affinché si verifichi?Secondo la visione laica, quello di pace è un concetto primordiale e universale. Vivere in pace, infatti, è l’origine e il cuore stesso dell’ordine sociale, poiché se non vi fosse pace non ci sarebbe ordine. La sua definizione più essenziale oscilla tra la concezione negativa dell’assenza di guerra e conflitto come affermazione della pace; e la concezione positiva che ne consegue: quella dell’instaurazione appunto di un ordine sociale basato sulla giustizia e la solidarietà tra uomini e donne. In questo senso la pace è universale: riguarda tutti, e tutti hanno l’obbligo morale di mantenerla
Il principio di primordialità e universalità torna anche nella rivelazione biblica. Con il termine «shalòm», infatti, si intende pace come integrità, pienezza e armonia con Dio, con sé stessi e con il creato. Di nuovo un’ottica generativa e omnicomprensiva: la pace è per tutti e tra tutti. Secondo la rivelazione biblica, però, il conseguimento della pace non dipende dall’instaurazione di un ordine sociale pacifico, ma deriverebbe direttamente da Dio, creatore stesso della pace come benessere e ordine, gioia e tranquillità. La pace è in Dio, perché Dio è pace.È nella prospettiva ecclesiastica che si trova la sintesi tra punto di vista laico e biblico. Per la Chiesa, infatti, la pace è duplice: c’è quella del Regno dei cieli, ovvero legata alla riconciliazione con Dio, e c’è quella terrena, fatta appunto di giustizia, equità e solidarietà nei rapporti sociali e civili. La partecipazione alla vita divina del credente infonde pace, e facilita la creazione di un ordine sociale altrettanto pacifico, in cui tutti partecipano di giustizia, equità e solidarietà. È questo il punto di vista che dal Concilio Vaticano II accompagna i discorsi dei Papi contemporanei sulla pace. Già nella Gaudium spes le due dimensioni – terrena e celeste – si uniscono definendo la pace come opera della giustizia, dono del Cristo risorto e fondamento della fraternità universale. Poi Giovanni XXIII nella Pacem in terris, e Paolo VI nella Populorum progressio ribadiscono la relazione forte tra pace, rispetto dei diritti umani e sviluppo integrale. Per questo secondo il magistero pontificio ad oggi la pace si fonda sul rispetto della dignità della persona, sulla giustizia e perdono, sul rispetto della vita e della libertà religiosa; e infine sul dialogo, la solidarietà e l’equità sociale.
Contro la violenza cieca del presente e la logica della deterrenza armata dei governi, quindi, la proposta cristiana riparte dall’idea di «preparare» non la guerra, ma la pace con mezzi di giustizia, dialogo e cooperazione. Un esempio lo offrono i Papi del XXI secolo, che nei primi vent’anni ha visto un numero esponenziale di guerre e conflitti sanguinosi. Già Giovanni Paolo II parlava di solidarietà, ma soprattutto cooperazione e giustizia sociale come via preferenziale per la pace. Il rispetto e l’ascolto reciproco, la comprensione e la condivisione sono alla base dei rapporti sottesi all’ordine sociale. Papa Francesco nella Fratelli tutti riprende questo concetto e lo amplifica: la pace non si fonda sul terrore o sulla minaccia di annientamento, ma sulla relazione equilibrata e sulla giustizia etica tra popoli, anche diversi.
Ma come operare? Papa Leone XIV ci dà qualche aiuto. Oltre a praticare la nonviolenza, la mediazione e l’accoglienza del prossimo, la pace si costruisce con le scelte quotidiane: gesti di coraggio e pazienza sia a livello personale che collettivo. Come ha fatto l’arcidiocesi di Siena e molte altre realtà. La pace è una pratica quotidiana, per questo il cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle di Val D’Elsa-Montalcino, ha coinvolto la sua diocesi in una «missione possibile», ovvero trasformare i luoghi comunitari in presidi di pace dove si possa diventare campioni del mondo di speranza. Lojudice invita tutti a fermarsi per 1 minuto ed esprimere un pensiero sulla pace. La diocesi di Siena ha dimostrato che la pace non è solo un ideale sovraesposto nei dibattiti pubblici, ma una missione concreta, quotidiana e condivisa. Incoraggiando ogni persona a fermarsi a riflettere sulla pace, si rende visibile il potere di un piccolo gesto che può generare un cambiamento collettivo.
Lavinia Ceci



