SOTTO LA SOGLIA: LA POVERTÀ IN ITALIA

La povertà cresce in Italia. A dircelo è l’Istat, che nell’ultimo rapporto segnala che il 9,8% dei residenti vive in condizioni di povertà assoluta. A rischio soprattutto minori e stranieri. Ma che cosa vuol dire essere poveri in Italia?
Prima di tutto bisogna fare una distinzione. Esiste, infatti, la condizione di povertà assoluta, che si verifica quando una persona o famiglia non dispone delle risorse minime per acquistare beni e servizi essenziali. La soglia della povertà assoluta è fissata dall’Istat e varia in base a una serie di fattori, come il numero di componenti della famiglia, l’età e la dislocazione geografica, anche se si considera povertà assoluta quando la spesa mensile è pari o inferiore al valore calcolato dall’Istituto per il profilo demografico e geografico. C’è poi anche la povertà relativa, che viene calcolata in base al contesto sociale di riferimento: per esempio è considerata in povertà assoluta una famiglia che spende per i consumi in numero uguale o inferiore alla media pro capite nazionale.
Povertà assoluta e relativa sono i principali strumenti di misurazione adottati dall’Istat. Ma c’è anche il rischio di esclusione sociale, che funziona da indicatore multidimensionale composto da grave deprivazione materiale, bassa intensità lavorativa e una serie di fattori come salute, istruzione e standard di vita. C’è poi la questione geografica che gioca un ruolo fondamentale: la povertà è maggiore nel Mezzogiorno e nelle Isole, e minore a mano a mano che si risale fino al Nord.
I dati Istat sul 2024 raccontano un quadro stabile rispetto al 2023: la povertà assoluta tocca l’8,4% delle famiglie, ovvero 2,22 milioni, mentre per i singoli siamo al 9,8%, 5,74 milioni di persone. Le ragioni sono da ricercare nel rapporto tra spesa minima, inflazione e Pil. La spesa media e mediana delle famiglie italiane resta ferma a 2.240 euro al mese, ma le soglie di povertà vengono aggiornate dall’Istat in base al tasso di inflazione, che nel 2024 è salito di un punto percentuale. Se la spesa corrente resta ferma e si alza il tasso di inflazione, alcune delle famiglie “al limite” sarebbero dovute scendere sotto la soglia di povertà, ma nel 2024 il Pil e il tasso di occupazione sono leggermente aumentati, salvando di fatto milioni di persone. Se il confronto con l’anno precedente promette bene, quello col 2014 deprime molto: in dieci anni la povertà è aumentata per circa un milione e mezzo di persone, passando dal 4,1% al 5,7% per gli individui, e dal 1,5% al 2,2% per le famiglie.
Dunque, essere poveri in Italia significa trovarsi in una condizione di privazione che va oltre l’aspetto meramente economico, e che incide profondamente sulle possibilità di partecipazione alla vita sociale, culturale e lavorativa del paese. C’è una componente sicuramente legata alla disoccupazione e alla precarietà, soprattutto tra i giovani. La stagnazione economica e l’aumento del costo della vita giocano un ruolo fondamentale nel condannare milioni sotto la soglia di povertà, con redditi insufficienti a far fronte alle necessità della vita quotidiana. Ci sono poi le questioni legate all’istruzione e alla salute dei cittadini, in particolare povertà educativa che non permette a molti, soprattutto chi vive in zone depresse, di avere accesso a istruzione di qualità; e l’accesso alla sanità, sia quella fisica che mentale. Infine, ci sono le cause sociali e strutturali, che spaziano dalla disparità territoriale, che comporta spesso la mancanza di servizi essenziali come scuole e ospedali; l’impatto della famiglia, ovvero le spese legate ai figli o agli animali domestici; e infine l’indebolimento generale del welfare, vittima di continui tagli.
Nella capitale la situazione è particolarmente critica, con il 12,7% dei romani a rischio povertà, e 3,1% di famiglie che non possono sostenere spese impreviste. Ad oggi, il 30% dei nuclei dichiara un peggioramento delle condizioni economiche, e 18.608 sono in lista per ricevere alloggi popolari. Il 49,3% dei residenti, poi, ha redditi inferiori a 15.000 euro all’anno, considerati dall’Istat in fascia di povertà relativa. La chiesa viene in soccorso a molti, con un aumento del 22% nel 2023 degli accessi ai centri d’ascolto parrocchiali.
Nella costosa Milano la situazione è in peggioramento. La povertà cresce e riguarda fasce sempre più ampie di popolazione: nel 2025 il Rapporto Caritas segnala 18.934 persone richiedenti assistenza. La questione si riduce spesso alla differenza tra zone: in periferia l’incidenza della povertà è più alta rispetto al centro, con gravi fragilità per minori e famiglie monoreddito. Aumenta anche la povertà educativa. Trend simile a Torino: il 29,2% delle famiglie vive oggi sotto la soglia di povertà.In un contesto simile, il ruolo del Terzo Settore è centrale. Mentre le politiche pubbliche fanno fatica a rispondere ai bisogni complessi della cittadinanza, enti e fondazioni integrano e anticipano la risposta istituzionale con reti d’aiuto che intercettano precocemente il disagio e mantengono vivo il tessuto comunitario. Una risposta che non può essere residuale, ma deve diventare pilastro strutturale delle politiche contro la povertà: solo con investimenti concreti, misure collaborative e il riconoscimento del valore pubblico dell’azione sociale è possibile affrontare le radici profonde dell’emarginazione e restituire speranza, oggi e domani, alle città e alle persone più vulnerabili.
LAVINIA CECI



