Cultura

PERSONE NON CORPI: LA RAPE CULTURE IN ITALIA

Lo scorso 25 ottobre il parco di Tor Tre Teste, periferia Est di Roma, ha fatto da sfondo all’ennesima violenza sessuale. Una giovane coppia è stata raggiunta e assalita da un gruppo di uomini che, prima di derubare le vittime, hanno immobilizzato il ragazzo e violentato la ragazza. Esattamente un mese dopo, il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, arrivano gli arresti di alcuni componenti del gruppo: due cittadini marocchini e un tunisino.Al di là della questione fondamentale di sicurezza e decoro pubblico – già a settembre nello stesso parco una donna di sessant’anni era stata abusata da un uomo sotto effetto di crack –, storie come questa si inscrivono in un discorso più ampio che riguarda tutti. Basti pensare alla «Lista stupri» comparsa nei bagni di uno dei licei storici di Roma, il Giulio Cesare: quartiere Trieste, ragazzi italiani, brava gente.

Che cosa hanno in comune lo stupro di Tor Tre Teste e la «Lista stupri» del liceo Giulio Cesare? Quello che Buchwald, Fletcher e Roth nel 1993 hanno definito come Rape Culture: «un continuum di violenza minacciata che spazia dai commenti sessuali alle molestie fisiche fino allo stupro stesso». Uno stato di allerta costante per donne e ragazze che in qualsiasi contesto potrebbero essere vittime di violenza. Secondo gli ultimi dati Istat, circa 6,4 milioni di donne tra 16 e 70 anni hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nella vita, mentre siamo oltre il 20% nella fascia 14-24 anni dichiara di aver subito molestie nella vita privata e lavorativa, a conferma di un clima di ipersessualizzazione e pressione costante.

Le ragioni sono autoevidenti: una società ancora troppo maschile e maschilista, imperniata su logiche patriarcali, che non saranno le quote rosa ad abbattere, e un generale senso di disponibilità che gli uomini sentono nei confronti del corpo femminile. La Rape Culture, infatti, è un retroterra culturale che a ogni latitudine e sotto ogni bandiera si fonda sull’oggettificazione del soggetto femminile. Basti ricordare che ancora a metà del Novecento lo stupro era da considerarsi reato contro il buon costume e la morale pubblica, non contro la persona che lo subisce. Se ci si pensa, siamo appena un passo avanti rispetto al diritto romano, che reputava lo stupro come un rapporto illecito non perseguibile penalmente – la donna sola che non aveva una protezione maschile era infatti un soggetto sessuale a rischio, un corpo disponibile e fruibile dalla comunità degli uomini.

Nel momento in cui la donna viene percepita solo come un corpo di cui disporre, e non come un essere umano pensante, viene deumanizzata, privata di ogni individualità, dignità e valore umano. E se la donna è oggetto, «rubarla» al proprio ragazzo come se fosse un cellulare o un portafogli è facile; come è facile depennarla da una lista scritta su un muro.

E poi, una donna oggettificata è una donna silenziata. Come recita la lettera aperta scritta dai genitori delle vittime del Giulio Cesare, «è un gesto antico quanto il patriarcato stesso: quando una donna dice cose che non ti piacciono la riporti al suo corpo. Le ricordi che può essere violata, posseduta, distrutta. È il modo più economico per dire: “Tu non conti niente, conta solo quello che possiamo farti”». Il fatto che le ragazze e il ragazzo coinvolti fossero politicamente attivi negli ambienti scolastici conferma quanto sopra: chi ha orecchie per intendere, intenda.Dunque, la necessità, o meglio, l’urgenza dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Fondamentale, perché in una società permeata di ipersessualizzazione, oggettificazione e maschilismo – ampiamente supportate da pubblicità, mass media e social –, i ragazzi e le ragazze capiscano dove sta la linea tra il giusto e lo sbagliato. Si tratta di un percorso formativo che va oltre la mera biologia, concentrandosi sulla conoscenza del corpo e delle emozioni per costruire relazioni sane, rispettose e consapevoli. Promuove il consenso, il rispetto dei confini, la gestione dei sentimenti e la prevenzione di abusi e violenza, contribuendo al benessere psicologico e alla autodeterminazione delle persone. Concetti assolutamente basilari nel 2025, ma che le circostanze hanno reso necessario ripetere e insegnare nelle scuole.

Allora non basta indignarsi a ogni nuovo titolo di cronaca, né invocare più pattuglie nei parchi o più telecamere nei corridoi delle scuole. Se non mettiamo mano alla radice culturale della violenza – a partire dalle aule in cui crescono i nuovi cittadini – continueremo a limitare i danni, non a cambiare il finale di queste storie. L’educazione sessuo affettiva non è un vezzo progressista: è l’unico modo serio per insegnare, una volta per tutte, che nessun corpo è oggetto, e che la libertà vale più del fragilissimo potere di chi, ancora oggi, confonde il desiderio con il dominio.

Lavinia Ceci

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