Cultura

LA MARCIA SU ROMA

Molti definiscono la Marcia su Roma delle camicie nere mussoliniane l’inizio del calendario fascista. Il 30 ottobre, infatti, il re Vittorio Emanuele III incaricò Benito Mussolini, giunto a Roma dopo i suoi accoliti, di formare il nuovo governo. Il resto è storia, letteralmente. Ripercorriamo assieme le tappe che hanno portato alla nascita del governo fascista, cercando di capire perché ancora oggi gli ultimi giorni di ottobre sono date feticcio per i nostalgici di estrema destra.

Primo dopoguerra. Il mondo ha per la prima volta sperimentato un conflitto che ha coinvolto tutti, da Occidente a Oriente. La violenza, covata già a partire dalla seconda metà del XIX secolo, esplode sotto gli occhi di uomini e donne inermi. Ma è un’esplosione ancora controllata: si combatte col moschetto, ci si rifugia nelle trincee e le perdite tra i civili non sono minimamente comparabili a quelle del successivo conflitto mondiale.

La rabbia e la frustrazione sono nei cuori e nelle parole di chi non crede nello Stato liberale. Si riconcorrono voci di complotti orditi da nazionalisti, arditi, ex combattenti e membri dell’esercito, che culminano nella presa di Fiume da parte di insubordinati del Regio esercito. Povertà e disagio portano a scioperi e agitazioni continue. In questo contesto si inseriscono le violenze squadriste, chiara espressione del generale risentimento politico e sociale che serpeggiava in Italia. Dapprima si palesano sotto forma delle contestazioni a Bissolati nel 1919, poi nell’incendio alla sede milenese dell’«Avanti!» – per cui Mussolini aveva lavorato. Il culmine delle violenze arriva nel 1922: il partito fascista agisce con squadre ridistribuite in tutta la penisola, preparando eventi insurrezionali a livello nazionale, e attaccando cooperative e camere del lavoro.

Vittorio Emanuele III incarica il premier uscente Facta di formare un nuovo governo, le cui discussioni si svolgono a inizio agosto 1922, tra le minacce eversive dei deputati fascisti e dei combattenti, fino alla fiducia. Da qui in poi le voci su presunte macchinazioni e tentativi di colpo di stato da parte del partito fascista si fanno sempre più insistenti. Lo stesso Mussolini vi allude, intervistato a «Il Mattino»: «La marcia su Roma è in atto […]. Ma non è ancora politicamente inevitabile e fatale […]. Che il Fascismo voglia diventare Stato è certissimo, ma non è altrettanto certo che, per raggiungere tale obbiettivo, si imponga il colpo di Stato.» Seguono le richieste di chiarimento della posizione del partito rispetto alla Corona, non adempite da Mussolini, e la redazione del «Regolamento di disciplina della milizia fascista», con l’ufficializzazione di un corpo armato privato.

Da qui la programmazione della Marcia. Al congresso del partito di Napoli del 24 ottobre 1922, Mussolini ritorna ad animare le folle: «Noi fascisti non intendiamo andare al potere per la porta di servizio; noi fascisti non intendiamo rinunciare alla nostra formidabile primogenitura ideale per un piatto miserevole di lenticchie ministeriali!» Dunque, l’azione.Il 27 ottobre le squadre fasciste iniziano la mobilitazione e occupano edifici pubblici in diverse città italiane. Il 28 ottobre si radunarono vicino Roma, e il governo Facta non può che dichiarare lo stato d’assedio, ma re Vittorio Emanuele III rifiuta di firmarlo. Di fatto, il re si fa connivente degli insurrezionisti. Il 29 ottobre il governo Facta è paralizzato: senza stato d’assedio non può nulla per fermare l’avanzata delle squadre. Mussolini, allora, viene convocato a Roma per ricevere dal re l’incarico di formare un nuovo governo. Infine, il 30 ottobre il futuro Duce riceve l’incarico, forma il governo, e i fascisti sfilano per le strade della capitale.

Con il cosiddetto «discorso del bivacco» pronunciato alla Camera («Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo, ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto»), nasce ufficialmente il governo fascista. Inizia una nuova era, un regime dittatoriale e totalitario che Turati commenta così: «Con quel metodo rivoluzionario, che oggi si dice “fascistico”, […] la Camera non è chiamata a discutere e a deliberare la fiducia; è chiamata a darla; e, se non la dà, il Governo se la prende. È insomma la marcia su Roma, che per voi (ndr. partito fascista) è cagione di onore, la quale prosegue, in redingote inappuntabile, dentro il Parlamento […] voi non inaugurate il vostro dominio, quello che voi chiamate non un Ministero ma un Governo, anzi un nuovo regime, con un atto di sincerità: voi lo inaugurate con un compromesso».

La Marcia su Roma continua a interrogare il presente, soprattutto oggi, che a distanza di cento anni continuiamo a essere vittime di fanatismi e personalismi. Tra post “nostalgici” e rievocazioni storiche, ogni volta che la politica mostra debolezza o insofferenza verso le regole comuni, la memoria di quei giorni ritorna come monito sul prezzo che può avere la fragilità delle istituzioni democratiche.

Lavinia Ceci

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