IL MEGLIO IN EDICOLA DI VENERDÌ 13 MARZO 2015

I DUE ANNI DI PONTIFICATO DI PAPA FRANCESCO

HA CAMBIATO IL MODO DI FARE IL PAPA
di Gian Franco Svidercoschi
Due anni fa, la sera del 13 marzo, per la Chiesa cattolica fu l’inizio di una avventura straordinaria e perfino sconvolgente. C’era stata la storica rinuncia di un Papa, Benedetto XVI. E, altrettanto storica, fu l’elezione del primo Papa latino-americano – oltre che primo Papa gesuita e a chiamarsi Francesco – perché sanzionò il definitivo tramonto del «monopolio» europeo sulla Chiesa. Il cattolicesimo poteva finalmente dirsi universale. Gli altri continenti non erano più semplici ramificazioni di un’Europa maestra e padrona in tutto. Ma avvenne un altro fatto incredibile, la sera del 13 marzo. Quel «Buonasera» di Francesco contribuì a cambiare di colpo l’immagine che la gente – cattolici e non cattolici – aveva di una Chiesa deturpata dagli scandali, dai conflitti, da Vatileaks, dai preti pedofili. E, a operare quel cambiamento, non poteva essere che lui, un Papa pastore, che vive del Vangelo.
Un Papa che, venendo dal Sud del mondo, poteva parlare a nome dei poveri, e richiamare l’umanità alla pace, alla solidarietà, alla sobrietà del vivere, alla cura del creato. Sono passati due anni, e l’Effetto Francesco continua. Papa Bergoglio gode di una popolarità che, nei tempi moderni, nessun altro Pontefice ha avuto. Non è detto che questa popolarità sfoci poi in un vero e proprio rinnovamento religioso: anche se, da vari sintomi, si avverte quanto meno una ripresa della vita spirituale. E comunque, questo consenso popolare è di grande aiuto a Francesco sia sul fronte interno (rappresentando un «deterrente» contro le opposizioni) sia su quello esterno (rafforzando una leadership internazionale, che, sostenuta anche da folte schiere di non credenti, ha raggiunto non pochi risultati).
Contrastanti, invece, gli sviluppi dell’Effetto Francesco per quanto riguarda le riforme. Quelle istituzionali – sia naturalmente per il breve tempo finora avuto, sia per le resistenze di settori della gerarchia ecclesiastica – sono state sì importanti ma limitate. Vasta pulizia nel settore economico-finanziario e nella vecchia «corte» pontificia; riequilibrio geo-ecclesiale nel Collegio cardinalizio, riducendo l’influsso di europei e curiali; lotta al carrierismo, al clericalismo. Mentre andrà per le lunghe il riordinamento generale della Curia romana. Dove la rivoluzione di Francesco è andata decisamente avanti – e più ancora di quanto gli avessero chiesto i suoi elettori – è stato in riferimento al ruolo e alla figura del Pontefice. Cioè, Bergoglio ha cambiato profondamente il modo di «fare il Papa». Lo ha cambiato con il suo stile tutto personale, con i suoi gesti, spesso anche di rottura; e, in particolare, lo ha cambiato con un linguaggio che non poche volte è stato criticato, perché troppo generalizzato o troppo «colorito», ma che ha avuto un enorme impatto – come s’è visto dal crescente consenso – sulla gente.
Così, con il suo parlare immediato, diretto, Francesco ha operato un primo cambiamento sul piano, non semplicemente linguistico, ma anche simbolico, culturale, quello dei rapporti quotidiani, interpersonali, insomma, un cambiamento del clima generale. E poi, grazie a questa libertà non condizionata da censure curiali, ha ridato centralità ad alcune verità fondamentali della vita cristiana, rimaste sepolte da tempo sotto cumuli di precetti, di pratiche, di ritualità, di usanze, di leggi: com’é stato per l’infinita misericordia di Dio, e che ha favorito una rivisitazione della dottrina morale e, al Sinodo dei Vescovi, della situazione dei divorziati risposati. Oppure, come certe acquisizioni del Concilio Vaticano II (l’ecclesiologia del popolo di Dio e il tema della Chiesa povera), che da anni erano cadute nel dimenticatoio. Tutto questo – ed ecco l’aspetto inevitabilmente critico dei primi due anni di pontificato – Francesco l’ha fatto però da solo. Avesse aspettato che gli altri immediatamente lo seguissero, non avrebbe neanche cominciato il cammino. Ma l’ha fatto da solo! L’ha fatto con la sua esperienza pastorale ed ecclesiale, con la sua sensibilità di uomo di Chiesa che sa guardare le cose anche dalla «periferia», con la sua mentalità, la sua cultura latino-americana, con dentro anche un po’ della sua simpatia per il primo peronismo. E in questo modo, spalancando troppi orizzonti tutti assieme, ha spiazzato chierici e laici, infoltendo ulteriormente i gruppi degli oppositori. […]
C’erano motivi seri che facevano temere un inarrestabile declino: scandali, poca capacità di governo della Curia, problemi finanziari, sviluppo delle «sette», assenza di proiezione internazionale, caduta di fiducia…




